Ciao a tutti!
Come state?
Qui a Nyahururu tutto procede bene! Tra le fatiche e le soddisfazioni di ogni giorno come in ogni angolo di questo nostro mondo!
Da qualche giorno mi sono trasferita al Talitha Kum (casa dove vivono 60 bambini e adolescenti tra i 4 e i 17 anni, orfani e sieropositivi.. lo dico per chi non lo sapesse già!). Non è sicuramente il posto migliore per riposarsi (non appena arrivo a casa, stanca morta dopo una lunga giornata di lavoro, neppure il tempo di varcare il cancello di ingresso e subito mi saltano tutti addosso), ma senza dubbio è il posto migliore dove celebrare la vita! Con i loro sorrisi, i loro canti, il loro correre qua e là e le loro attenzioni.. boh, tutta la fatica e le difficoltà se ne vanno in un attimo. Anche quando vengono a svegliarmi di domenica alle 6:30 del mattino solo per augurarmi una buona giornata non è possibile lamentarsi: a loro tutto è concesso!
Non è stato facile per me cambiare di nuovo ma amo questi bambini e sono felice di avere l’ opportunità di poter passare più tempo con loro, soprattutto adesso che le vacanze si avvicinano e mi trovo per la prima volta a doverle passare da sola, lontana da casa. Pensare che molti di loro non ricordano neanche l’ ultima volta che le hanno passate in famiglia!
Da un mesetto ho anche ripreso le lezioni di arte nei centri per bambini di strada e vittime di abusi, che avevo interrotto per via dei lavori di ristrutturazione degli edifici. I bambini imparano e migliorano in fretta ed è estremamente incoraggiante lavorare con loro. Stanno cercando di destreggiarsi tra le storie tradizionali delle diverse culture del loro paese: il tribalismo qui in Kenya è molto sentito, anche tra i bambini e per questo abbiamo pensato di utilizzare l’arte per educare alla pace e al rispetto. Ogni tanto mentre disegnano mi fermo a guardarli e rifletto sui posti e le situazioni da cui provengono: è da non credere il lungo percorso (fisico, emotivo e psicologico) che tutti loro hanno fatto per arrivare al punto in cui si trovano adesso. Le difficoltà e le sfide della vita sono state e sono tuttora tante per ognuno di loro ma ciò nonostante non si lasciano mai scoraggiare. Il loro obiettivo è sempre lì, fisso nelle loro menti e davanti ai loro occhi: la felicità! D’altra parte non è ciò che cerchiamo tutti!
Anche questa volta ad ogni modo non voglio dilungarmi troppo con riflessioni personali ma vorrei dare più spazio alle storie di questi bambini piuttosto che a me stessa. Credo ne valga la pena: sono molto più eloquenti. Intanto vi saluto tutti cari amici e vi abbraccio!
Alessia
"Il mio nome è John. A dir la verità John non è il mio vero nome ma preferisco scrivere così. Quand’ero piccolo ero sempre ammalato. Nel 2004 mia madre è morta di AIDS e mi ha lasciato da solo con mio padre. Non si prendeva per niente cura di me e un giorno decise di mandarmi via di casa. Andai a vivere con mia nonna. Quand’ero in quel villaggio la gente non mi voleva bene per niente e non volevano neppure che gli passassi vicino perché ero sieropositivo. Un giorno un volontario del St. Martin è venuto a casa e ci ha detto che potevo andare a vivere in un casa a Nyahururu con altri bambini orfani e ammalati come me. Avevo davvero paura dell’ HIV. Dopo due anni che vivevo al Talitha Kum, ho ricevuto un giorno una lettera di mio nonna dove diceva che anche mio padre era morto di AIDS. Mi sono sentito così solo in quel momento. Quando venne il momento del funerale, quel giorno ero molto debole ma allo stesso tempo ero anche molto arrabbiato perché in quel momento ho realizzato che tutti gli esseri umani nati da una donna devono morire. Quando vivevo a casa con i miei nonni non andavo a scuola. Ero solito passare le mie giornate aiutandoli o in casa o nei campi. Da quando però sono arrivato al Talitha Kum ho iniziato ad andare alla Nyahururu Primary School e molte persone si sono prese cura di me e mi hanno aiutato in molte cose. Adesso sono al sesto anno e sono quinto in graduatoria su sessanta bambini".
"Mi chiamo Maina e vengo da un villaggio chiamato Kiangolu a Kiamariga, non lontano da Nyahururu ma sono nato a Nanyuki. Un giorno quando ero ancora a Nanyuki, mia madre disse a me e a mio fratello maggiore che dovevamo lasciare la nostra casa e andare a vivere dalla nonna a Kiamariga. Non ci ha detto il perché ma senza lamentarci troppo abbiamo preso le nostre poche cose e ci siamo spostati. Là abbiamo iniziato ad andare a scuola. Quando ero al settimo anno della scuola primaria, mio fratello Jackson ha iniziato a stare sempre più male e un giorno, durante le vacanze, morì. Dopo la sua morte, mia mamma ha iniziato ad essere sempre più triste e un giorno anche mia mamma ha iniziato a stare male come Jackson. È andata dalla stessa dottoressa, Ann, all’ ospedale di Nyahururu da cui anche mio fratello era solito andare. Dopo soli due mesi anche mia mamma morì. Una delle ragioni era la tubercolosi ma se si era presa la tubercolosi è solo perché quell’ altra malattia, quella più brutta di tutte (l’AIDS) l’aveva resa debole. Morì all’ ospedale di Nyahururu al reparto numero 2. Io sono rimasto allora a casa con la nonna e uno zio. Mia nonna era molto buona e da quando mia mamma è morta, si è sempre presa cura di me. Anch’ io ho iniziato ad andare all’ ospedale di Nyahururu ogni mese da Ann per parlare un po’ e per controllare che tutto fosse a posto. Ho anche iniziato a prendere le stesse medicine di mio fratello e di mia mamma: non credo di essere ammalato come loro, credo me le diano solo per prevenire. Mio zio però non ci ha mai voluto bene fin dall’inizio perché diceva che eravamo sieropositivi e tante altre brutte cose. Quando mia mamma e mio fratello sono morti, ha iniziato a diventare molto cattivo con me e ha cercato tante volte di costringere mia nonna a mandarmi via da quella casa. Un giorno è tornato a casa ubriaco e ha iniziato a picchiarmi così tanto che sono scappato, ho preso il primo matatu e ho detto all’ autista di portarmi all’ospedale di Nyahururu da Ann, l’unica persona che conoscevo. Mia nonna aveva cercato di difendermi ma mio zio ha picchiato anche lei. Dopo averle raccontato tutto, Ann ha chiamato il St. Martin. Adesso sono al DIC e vivo con altri bambini. Alcuni di loro vengono dalla strada, altri da altre parti ma sono tutti molto simpatici e gentili. Non si lamentano mai se il maestro mi dà da mangiare qualcosa di diverso da loro o se mi dà ogni tanto un bicchiere di latte, sanno che devo prendere delle medicine perché altrimenti potrei ammalarmi e quindi capiscono."

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