Carissimi tutti,
come state?
Questa volta, invece di raccontarvi il Kenya, Nyahururu e il St. Martin dal mio punto di vista, vorrei darvi l’opportunità di accostarvi a questo mondo attraverso gli occhi e la sensibilità di alcuni dei bambini con cui trascorro gran parte delle mie giornate. Nessuno è più adatto di loro! Chi meglio di loro può raccontarvi che cosa vuol dire essere un bambino di strada o un bambino orfano e sieropositivo? Prima di lasciare spazio alle loro storie, che vi traduco letteralmente dall’inglese così come sono per non snaturarle, colgo comunque l’occasione per ringraziare tutti voi per l’amicizia e il sostegno che mi avete dato in questi mesi; non sono tanto brava a parole ma vi sono davvero molto grata!
Il primo ragazzino si chiama Joseph ed è uno degli ospiti del nostro centro di riabilitazione per bambini di strada (Rehabilitation Centre).
"Sono finito in strada nella cittadina di Nyahururu quando avevo più o meno dieci anni con altri tre dei miei fratelli. A nostra madre non gliene è mai importato più di tanto di noi e così, meglio andarsene da casa e cercare di arrangiarsi in qualche altro modo. Dopo solo un paio di mesi ho iniziato subito a sniffare colla e a fumare come tutti gli altri bambini e ragazzi con cui mi sono ritrovato a condividere la mia vita da un giorno all’ altro. Sono andato avanti in questo modo ogni giorno fino a quando avevo tredici anni, ovvero sino a quando alcune persone del St. Martin mi hanno portato per la prima volta in uno dei loro centri per bambini di strada che si chiama Drop in Centre a Maina, baraccopoli di Nyhahururu. Dopo solo due settimane però non ce la facevo più a restar là e così me ne sono tornato un’altra volta in strada. Mi mancava la mia vita senza regole. Ho ricominciato immediatamente a sniffare colla e tutto il resto perché questa è la vita dei ragazzi di strada, questo è il solo modo per sopravvivere lì fuori. Mi procuravo qualche soldo per mangiare rubando pezzi di metallo, pentole, raccoglitori vari, piatti, tazze, ruote di macchine o biciclette e cose del genere da poter rivendere. Un giorno sono stato preso da una signora che mi ha offerto di lavorare per lei: dovevo pascolare le sue mucche per 500 scellini. Ho lavorato per lei per due mesi fino a che il capo del villaggio non se ne è accorto. Un giorno mi ha fermato per la strada e mi ha detto che tutti i bambini dovevano andarsene a scuola e non a pascolare mucche e così sono scappato via e me ne sono tornato in strada a sniffare colla. Avevo 14 anni a quel punto. Continuai ancora un po’ con la stessa vita, sniffando colla, dormendo per le strade, rubando e cercando cibo e cose da rivendere nei bidoni delle immondizie. Tutto questo fino a che, un giorno, non mi sono rotto la mano sinistra. Mi faceva un male tremendo e così decisi di andare al St. Martin a chiedere aiuto. Non potevo andare all’ospedale perché lì non ti curano se sei un ragazzo di strada e non hai i soldi per pagare. Quando sono arrivato agli uffici del St. Martin però gli ho trovati chiusi perché era domenica. Per fortuna però la mattina dopo alcune persone del St. Martin sono arrivate e mi hanno trovato lì per terra, che dormivo fuori dal cancello. Mi hanno chiesto allora che cos’era successo e io spiegai loro ogni cosa e gli chiesi di aiutarmi. Mi hanno portato così subito all’ ospedale dove mi hanno trattato e curato molto bene. Subito dopo, nonostante fossi molto sporco, quelli del St. Martin mi hanno riportato lo stesso al Drop in centre a Maina. Dopo circa sei mesi, quando hanno visto che ero migliorato nei miei comportamenti e che davvero mi ero deciso a cambiar vita, sono stato trasferito al Rehabilitation Centre dove sono tuttora. Adesso sto aspettando che mia mamma mi riaccetti a casa con lei. Sono un bravo ragazzo ma lei non mi crede. Dice che adesso vive bene senza di me e i miei fratelli, abbiamo sempre avuto qualcosa che non andava secondo lei e così, per questo motivo, non vuole avere di nuovo complicazioni nella sua vita."
La seconda storia è quella di Christine, una delle ragazzine del Talitha Kum, casa per bambini orfani e sieropositivi.
"Sono nata nel 1996 in un posto che si chiama Rumuruti. I miei genitori si chiamavano Lucy e Sospita Lopiyok. Non sono una Kikuyu come la maggior parte degli altri bambini del Talitha Kum ma sono una Turkana. Ho vissuto con i miei genitori per tanto tempo fino a che, non so che cosa è successo, ma tutti e due si sono ammalati di HIV/AIDS. Un giorno mio padre tornò a casa dal lavoro che stava malissimo e dopo pochi giorni morì. Io e mio fratello siamo rimasti con nostra madre ma dopo poco tempo anche lei ha iniziato a stare male al punto che non riusciva neppure più a darci da mangiare perché era sempre troppo debole per poter cucinare. Dopo mio padre, anche il mio fratellino minore morì della stessa malattia e mia madre era sempre più ammalata. È stato davvero doloroso. Mia nonna allora decise di prendermi in casa con lei. Dopo solo alcuni giorni anche mia mamma morì e così io rimasi definitivamente con mia nonna anche se capitava spesso che dormissi a casa da sola. Un giorno un uomo dal St. Martin, non so come, venne a sapere della situazione e venne a farci visita a casa. Parlò con mia nonna per diverso tempo e alla fine le consigliò di portarmi all’ ospedale di Nyahururu per farmi fare il test per l’ HIV. Il giorno dopo andammo a Nyahururu e dopo due giorni ci tornammo per prendere i risultati del test. In quel momento scoprii di essere sieropositiva e sin da subito mi sforzai di accettare il modo in cui ero. Nel momento stesso però in cui arrivai a casa, mia nonna si rifiutò di vivere ancora con me perché mi disse che non avrebbe mai potuto accettare la mia malattia e così quello stesso giorno mi scacciò di casa. Io non volevo andarmene da lì perché non sapevo dove altro andare ma mia zia, che viveva nella stessa casa, mi minacciò con un coltello. Mi avrebbe uccisa se non fossi scappata subito da quel posto. Sono stata così accolta dai vicini di casa ma solo perché loro non sapevano nulla della mia malattia. Ma siccome Dio mi ama, ne sono sicura, dopo pochi giorni mandò lo stesso uomo del St. Martin a controllare la situazione e quando lui si rese conto di ogni cosa convinse mia nonna a portarmi al Talitha Kum. Era il 17 aprile del 2006 e quel giorno ero davvero felice di andarmene da lì e di iniziare una nuova vita a Nyahururu, al Talitha Kum, circondata da persone che mi amano per quello che sono."
Un abbraccio e a presto
Alessia
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