Luglio

Luglio

Carissimi!
Mentre in Italia è arrivata l'estate e si boccheggia dal caldo, qui a Nyahururu si congela. Mentre lì tutti si preparano per andare in vacanza, qui in Kenya è un periodaccio: luglio ed agosto sono i mesi in cui il lavoro si moltiplica giorno dopo giorno. In queste ultime settimane qui al St. Martin sono arrivati molti visitatori soprattutto italiani e così ho per un po' interrotto le altre attività per cercare di accompagnarli il più possibile in questa nuova avventura africana. Ogni volta che li guardo, in particolare i gruppi di giovani, non posso certo non ricordare che tre anni fa ero una di loro. Da lì, da un semplice viaggio di conoscenza, la mia vita è completamente cambiata, da una piccola opportunità che mi è stata offerta ne è arrivata un'altra molto più grande. Come tutti questi ragazzi, sono venuta qui in Kenya senza troppe aspettative, senza avere la minima idea di che cosa avrei trovato in questo nuovo continente che tanto affascina quanto a volte spaventa per diverse ragioni. Da qui invece, quasi per magia, mi si è aperto un mondo. Non so tutt'ora come sia stato possibile ma davvero, da quel momento, tutto in me è cambiato. Negli ultimi tra anni, quand'ero in Italia, il Kenya è stato un pensiero costante e adesso… eccomi qua, ancora non mi sembra vero ma sono una residente keniana! Ogni giorno mi sveglio impaziente di iniziare una nuova giornata e ogni giorno vado a dormire serena, soddisfatta della giornata appena trascorsa. In questi 6 mesi poco più, non c'è mai stato un giorno uguale ad un altro, non c'è mai stato un giorno di noia, nostalgia.. non c'è mai stato un giorno in cui avrei voluto tornare a casa. A volte, nel bel mezzo di qualche attività, mi prendo qualche secondo di tempo per guardarmi attorno, per guardare in faccia i colleghi del St. Martin, i beneficiari dei nostri programmi, le situazioni in cui mi trovo immersa ogni giorno e subito mi rendo conto di quanto io ami queste persone e di quanto mi senta felice qui. Mi reputo davvero una privilegiata a poter condividere con tutti loro questa parte della mia vita, credo che se avessi rinunciato a questa esperienza, mi sarei lasciata scappare una grandissima opportunità di crescita. Non è facile da spiegare cari amici, quando i visitatori mi chiedono cosa mi ha spinto a venire qui, riesco solo a rispondere "La gente".. tutt'ora non riesco a capire qual è il loro segreto ma vi assicuro, se mai avrete la stessa fortuna di poter venire da queste parti lo capirete! Ecco, quando guardo questi visitatori, dentro di me mi auguro possano provare tutto questo, mi auguro riescano a farsi travolgere da tutte queste emozioni e spero possano tornare a casa con una marcia in più!
In questi giorni poi il Kenya si sta preparando al referendum del 4 agosto: tutti i cittadini sono chiamati a votare per la nuova costituzione. La gente è divisa a metà: c'è chi è totalmente entusiasta perché finalmente il proprio paese potrà allinearsi agli altri paesi del nord del mondo con una costituzione di stampo democratico come questa e chi invece, come la Chiesa, è totalmente contrario soprattutto perché in essa si legalizzano l'aborto e la possibilità per tutti i musulmani di poter essere giudicati secondo la legge islamica. Ovviamente questo è solo un accenno, la situazione è sicuramente più complessa e delicata. Ho cercato di leggermi questo documento e di capirci un po' di più anche con l'aiuto di alcuni colleghi del St. Martin ma devo ammettere che ho ancora qualche difficoltà a capire quale potrebbe essere per il Kenya la soluzione migliore: entrambe le parti hanno delle valide motivazioni per appoggiare o rifiutare questa nuova costituzione. Lo scorso giovedì sono stata pure con tutti i bambini e gli insegnanti dei nostri centri ad ascoltare il discorso del presidente Kibaki allo stadio di Nyahururu che promuoveva il SI.
Tutto lo staff del CPANV (Programma comunitario della non violenza attiva e dei diritti umani) del St. Martin in queste ultime settimane si è riunito invece diverse volte per preparare una specie di manuale sui diritti umani da utilizzare nei workshop per la formazione dei volontari, che si terranno poi tra agosto e settembre nei villaggi più sperduti del Nyandarua e di Laikipia (i due distretti in cui il St. Martin opera). A che cosa serve avere una bella costituzione se poi la maggior parte delle persone del Kenya che vivono nelle zone rurali, al di fuori delle grandi città, non hanno accesso alle informazioni e non sono a conoscenza dei loro diritti? A che cosa servono delle gran belle leggi se poi non c'è nessuno che si impegna a farle rispettare? Leggere nei questionari che abbiamo fatto compilare di recente alla gente dei vari villaggi che i diritti delle donne, dei bambini e dei disabili sono ancora percepiti in molte aree del paese come qualcosa di superfluo o ancor peggio di sbagliato fa il suo effetto. Il 16 giugno in tutti i paesi africani si è celebrata la giornata del bambino africano con lo scopo di ricordare a tutti quanti bambini soffrano ancora in questo grande continente e per sensibilizzare l'opinione pubblica riguardo ai diritti dei minori. Si è scelta questa data in ricordo di un episodio accaduto negli anni Settanta in Sudafrica quando centinaia e centinaia di bambini africani sono stati massacrati dai bianchi solo perché protestavano contro l'apartheid; l'unica cosa che chiedevano era quella di poter frequentare le stesse scuole dei bambini bianchi. 
Con questo carissimi vi saluto, buone vacanze e a presto!
Alessia

Giugno

Eccomi qua di nuovo amici,
un po' in ritardo, ma sono tornata!
Come state?
Questo mese ho fatto davvero molte cose ma adesso come adesso mi riesce un po' difficile ad essere sincera parlarvene. Spero mi scuserete ma questa lettera la vorrei dedicare ad una persona speciale. Vorrei raccontarvi di una ragazzina che ho avuto il piacere di conoscere in questi mesi e che davvero mi ha toccato il cuore.
Ieri notte è morta una delle bambine più grandi del Talitha Kum, Zipporah e la cosa devo dire mi ha non poco mortificata. Per quanto tutti noi sappiamo come stiano le cose e conosciamo molto bene le situazioni di tutti questi bambini, ahimè, quando ci si presentano davanti realtà come queste .. è comunque molto dura! Zipporah aveva solo 15 anni ed era dal 2006 che viveva al Taltha Kum. Sin da quando è arrivata, la malattia era già ad uno stadio avanzato perché a differenza degli altri bambini della casa, aveva già contratto il virus dell' AIDS. Nonostante tutto Zipporah era di una forza e una dolcezza disarmanti. Per chi l'ha conosciuta, il suo sorriso non poteva certo passare inosservato: occupava metà del suo viso! Era a conoscenza della gravità della propria situazione: un po'perché non era più una bambina e un po' perché prima di essere accolta al Talitha Kum aveva visto morire davanti ai propri occhi la madre, il padre e le due sorelle della stessa malattia. In ogni caso non si perdeva mai d'animo: a scuola era una studentessa modello e a casa una lavoratrice assidua. Per tutti gli altri bambini del Talitha Kum era un' amica, una sorella maggiore e un po' la loro mamma. Era un punto di riferimento per tutti: per le suore che vivono con loro, per le persone che lavorano lì e sicuramente anche per me. Non posso certo dimenticare che al mio arrivo a gennaio, è stata la prima ad accogliermi a braccia aperte e con un gran sorriso mi ha detto: "Benvenuta al Talitha Kum Alessia, questa adesso è la tua nuova casa! So cosa vuol dire essere soli ma non ti preoccupare, adesso ci siamo noi qui con te e ci prenderemo cura di te ogni volta che ne avrai bisogno". Molte volte nel corso di questi mesi è stata male: era spesso debole e vulnerabile e così bastava poco, un raffreddore e un po' di tosse, per debilitarla totalmente e costringerla a restarsene a letto. Qualche mese fa, mi ricordo, stava male e così decisi di andarla a trovare: amava disegnare e così mi chiese di dedicare solo a lei quel pomeriggio. Ci siamo chiuse a chiave nel biblioteca del Talitha Kum per non essere disturbate dagli altri bambini e abbiamo passato molte ore sole, io e lei, a chiacchierare e a disegnare. Mentre mi parlava del suo passato e mi raccontava la sua storia ad un certo punto si fermò e dopo qualche momento di silenzio mi chiese di disegnarle un' abito da sposa. Dopo poco aggiunse: "Lo sai Alessia, so bene che non mi sposerò mai perché non vivrò abbastanza a lungo ma a volte mi piace immaginare come sarebbe stato il mio matrimonio se non fossi stata ammalata". Zipporah era davvero meravigliosa e mi mancherà davvero. Le ultime ore della sua vita ha sofferto moltissimo: non era più in grado di vedere, di riconoscere le persone che le stavano attorno e di controllare il proprio corpo. Urlava dal mal di testa e non riusciva più a muovere un solo muscolo ma comunque aveva una grande fede che l'ha aiutata a non avere troppa paura. La mattina seguente, abbiamo dovuto dare la notizia a tutti gli altri bambini della casa. Mi è stato chiesto di aiutare i colleghi del St. Martin, incaricati della cosa, ad alleggerire la situazione .. per tutti quei bambini è un po' una festa quando vado a trovarli e così .. Questo doveva essere il mio compito ma in realtà, non so come sia possibile, è successo l'esatto contrario. Mentre cercavo di consolarli mi sono accorta che erano loro a cercare di alleggerire il peso che sentivo dentro di me. I più piccoli non si sono tanto resi conto dell' accaduto ma i più grandi mi hanno lasciata senza parole. Dopo aver pianto a lungo, hanno ripreso le normali attività della casa. Hanno messo in ordine i vestiti di Zipporah e tutte le sue cose. "Il Signore l'ha amata molto quand'era qui con noi e adesso se ne prenderà cura ancora meglio che se l'è portata lì con lui. Non essere triste" – mi ha detto Phylis – "Zipporah adesso sta bene e sono sicura che vuole vederci felici". È sabato ci siamo subito dette, il giorno dei cartoni animati e se Zipporah fosse qui di sicuro vorrebbe vedere o Cenerentola o qualche altro cartone con quelle principesse dai bellissimi vestiti. Aggiudicato: questa sera si guarda "La principessa e il Ranocchio" perchè una bella principessa nera con un vestito simile a quello che avevo disegnato per lei quel giorno è proprio quello che ci vuole. La vita continua: al Talitha Kum ci sono altri 60 bambini bisognosi di cure, attenzioni ma soprattutto di essere amati.
Con questo cari amici vi saluto e vi abbraccio! A presto
Alessia

Maggio

Cari tutti,
eccoci arrivati al nostro appuntamento mensile! Come state?
Questa volta vorrei iniziare col raccontarvi un episodio che mi è capitato giusto qualche sera fa. Stavo aspettando agli uffici del St. Martin per andare, come ogni sabato sera, al Talitha Kum a mostrare un cartone animato ai bambini. Saranno state le 18 e a quell'ora tutti i colleghi se ne erano già tornati a casa. C'eravamo solo io e il watchman (il guardiano notturno) in un silenzio raro da trovare da queste parti. Ad un certo punto mi sono accorta che fuori dal cancello c'era un ragazzino seduto per terra. Ho subito pensato stesse aspettando qualcuno e così non c'ho fatto più di tanto caso. Nel frattempo è arrivato Maurice, abbiamo caricato il proiettore in macchina e stavamo quasi per partire quando mi sono accorta che il bambino era ancora lì, dopo quasi una mezz'oretta. Sono allora uscita dalla macchina e ho pensato di andargli a parlare, tanto per assicurarmi che fosse tutto ok. Quando gli sono stata un po' più vicina però, anche se era di spalle, l'ho riconosciuto subito: quel bambino era Wachira, uno dei ragazzini del D.I.C (uno dei centri per bambini di strada). Cari amici, non so spiegarvi che ansia mi è salita all'idea che fosse tornato in strada un'altra volta. Wachira è un bambino molto difficile, più di altri. Molto timido e riservato ma allo stesso tempo bisognoso di attenzioni. A quel punto inizia a raccontarmi di essersene andato dal centro perché aveva capito che anche lì a nessuno importava più di tanto di lui e così ha pensato che tanto valeva tornarsene in strada e vivere da solo. Dopo qualche giorno che vagava per la città di Nyahururu, sotto una pioggia senza sosta, ha iniziato però ad avere freddo, fame e ad avere paura per quello che poteva capitargli, soprattutto di notte e così ha pensato di venire agli uffici nella speranza di poter essere riammesso al DIC. Quando Wachira però è arrivato al St. Martin, l'ha trovato vuoto perché l'orario lavorativo era già finito e il week end iniziato. A quel punto cosa potevo fare, io, l'ultima arrivata? Ho chiesto subito allora il numero di qualcuno da chiamare per farmi dire come muovermi ma alla mia richiesta Maurice si è messo a ridere e mi ha ricordato che ci sono delle regole da rispettare e che per questo quel bambino era giusto che rimanesse lì dov'era almeno fino a martedì. Lì per lì veramente la mia testa si rifiutava di capire, com'è possibile che per seguire dei regolamenti si permetta ad un ragazzino di continuare a vivere sulla strada. Non mi sono data pace allora fino a che non sono riuscita a parlare con uno dei responsabili del programma per bambini di strada e a far riportare Wachira al DIC. Qualche giorno dopo vado al St. Rose (centro per bambine a rischio) ed è quasi deserto: le tre ragazzine più grandi hanno deciso di scappare quella stessa mattina. Tutto sembrava procedere nella normalità e a me sembrava allucinante che nessuno si mobilitasse per andarle a cercare. Sono andata allora a parlare con Esther, la coordinatrice del programma e l'ho trovata sola, in ufficio, a piangere. Era terrorizzata all'idea che potesse succedere qualcosa di brutto a Rose, Jane e Regina e cosa che la faceva ancor più soffrire era quel senso di impotenza che spesso ci viene a far visita e ci opprime. Più di denunciare la cosa alla polizia, sapendo sin dal principio che è cosa inutile (a chi interessa la cosa? Sono solo tre ragazzine come tante altre..), non è possibile fare. Andarle a cercare è totalmente senza senso perché potrebbero essere ovunque.. basta che abbiano preso un matatu (mezzo pubblico locale) e chi le trova più. Dopo qualche giorno sto passeggiando per la strada e chi incontro? Tre bambini del DIC di 7,8 e 9 anni di nuovo in strada. Tutti loro erano arrivati al centro solo qualche giorno prima dopo vari mesi che i nostri social workers lavoravano con loro per le vie di Nyahururu per convincerli e cambiare vita. Nel mio piccolo ho cercato anch'io quella mattina di convincerli a tornare al DIC ma com'era prevedibile senza successo. Mi hanno abbracciata, ringraziata e salutata. Cosa li spinga a scappare di casa e a preferire la vita di strada mi è molto chiaro (violenze domestiche, povertà, abbandono, etc.) ma cosa faccia loro preferire il tornarsene in strada a sniffare colla, a dover frugare nelle immondizie per poter mettere qualcosa sotto i denti, a soffrire il freddo e ad essere esposti ad ogni tipo di violenza piuttosto che continuare a vivere al sicuro nei centri dove hanno cibo, vestiti, degli insegnanti che si prendono cura di loro in attesa di trovare loro una famiglia disposta a accoglierli, per me rimane ancora un gran mistero. È vero amici, a volte a noi non è proprio dato capire. Sul più bello che credo ogni volta di essere sulla strada giusta, mi accorgo di non aver capito proprio niente. Ogni volta cerco di ricordarmi che sono io a non avere ancora le chiavi di lettura per capire a fondo le situazioni di qui ed è per questo che ogni volta mi sforzo di non giudicare ma mi ripeto che devo darmi solo il tempo per ascoltare e guardare. Mi fido dei miei colleghi e so che sono delle ottime persone e che si fanno in quattro per aiutare la propria gente a crescere. Sono convinta del fatto che conoscono meglio di me le situazioni nel loro paese e che sono in grado di pensare a delle soluzioni sicuramente più giuste ma a volte è così difficile. La scorsa settimana sono stata con Priscilla del CPSNC (Programma comunitario per bambini di strada e in situazioni di disagio) a far visita ad un altro Wachira, un bambino che per lungo tempo è stato prima al DIC e poi al REHAB e che da un mesetto è stato riabilitato e reinserito nella sua famiglia d'origine. Siamo state nella scuola primaria che ha ricominciato a frequentare per un colloquio con il direttore ed è stato così triste scoprire che nulla è cambiato. Samuel continua ad essere maltrattato e sfruttato dai propri genitori e a rimanere per giorni e giorni senza niente da mangiare. L'abbiamo trovato molto dimagrito, con un solo paio di pantaloni, una maglietta e un maglione blu (l'uniforme scolastica è l'unica cosa che possiede e senza la quale non potrebbe neppure andare a scuola) e così triste. Per tutto il tempo ha cercato nonostante tutto di difendere i propri genitori dicendo che in famiglia sono in tanti, che non c'è abbastanza cibo per tutti, che stanno facendo del loro meglio, che è giusto che lui lavori in casa perché è uno dei fratelli maggiori e così via... tutto questo con gli occhi pieni di lacrime. Prima di ritornarsene in classe ci ha solo detto: "Salutatemi tutti i bambini dei centri e dite loro di pregare tanto per me affinché possa continuare a studiare e ad essere forte e coraggioso". Il prossimo mercoledì ci sarà un incontro tra il direttore della scuola di Wachira, il capo villaggio, il consiglio degli anziani, i genitori del bambino e alcuni colleghi del St. Martin e cercheranno insieme una soluzione. Se fosse dipeso da me, in quel momento l'avrei portato via da là senza aspettare un secondo di più ma avrei fatto un grande errore perché come il St. Martin mi insegna ogni giorno la soluzione ad ogni problema è da ricercare "Solo attraverso la comunità". Prima di salutarvi colgo l' occasione per ringraziarvi tutti per la vostra vicinanza e il vostro sostegno. Vi ringrazio anche a nome di tutti qui per l'aiuto che ci state dando per i bambini del Talitha Kum .. sono tutti eccitati adesso all'idea di avere degli amici anche a Venezia, la città "piena di acqua"!!!
A presto!
Alessia

Aprile

Carissimi, 
come state?
Qui a Nyahururu tutto procede bene! Questa volta ho pensato che poteva essere molto più interessante per voi, più che leggere il solito "resoconto" mensile di ciò che sta combinando la sottoscritta quaggiù, iniziare un po' a conoscere le persone con cui trascorro le mie giornate e con cui lavoro fianco a fianco ogni giorno. Sono molte le storie come ben potete immaginare perché tanti siamo qui al St. Martin e nelle varie comunità, ma proprio per questo tanto vale cominciare!
Durante le vacanze di Pasqua, ho ospitato qui a casa 4 bambini del Talitha Kum. Tutti gli altri sono andati a casa di alcuni parenti per qualche settimana ma per loro invece non c' era nessuno disposto ad accoglierli. Dall' oggi al domani mi sono trovata di colpo a fare la mamma! Sveglia alle 6 perché alle 6:30 in punto tutti loro devono prendere gli antiretrovirali (così come alle 18:30). Sono tutti ad uno stadio della malattia diverso e per questo il tipo di pastiglie e le dosi variano (la media però è di 4 pastiglie alla volta per ciascuno). Il giorno che sono andata a prenderli al Talitha Kum una delle suore della casa, sister Anna, mi ha fatto un corso accelerato sui dosaggi e poi mi ha preparato una borsa della spesa con tutte le medicine; pensare che dei bambini così piccoli devono prendere tutte queste pastiglie e che lo devono fare con regolarità per tutto il corso della loro vita se vogliono un' aspettativa di vita maggiore, devo dire, mi ha fatto un certo che .. ma vedeste come sono bravi .. non un capriccio, non una lamentela! Devono poi mangiare molto durante i pasti sia per via delle pastiglie, sia per non essere troppo deboli e quindi esposti ad ogni sorta di malattia (per loro anche un semplice raffreddore può diventare un problema). Per fortuna in casa abbiamo Lucy, una signora fantastica che lavora da noi, anch'essa affetta da HIV e che proprio per questo conosceva meglio di me di sicuro quello di cui "i miei bambini" avevano bisogno. E poi organizzare le loro giornate, lavarli, fare il bucato, coccolarli tutti allo stesso modo (alla fine era questo lo scopo principale).. non posso certo dire di essermi riposata ma di sicuro posso dirvi cari amici che è stato bellissimo. Averli qui in casa e vederli felici, sempre con un gran bel sorriso stampato in faccia è stata davvero una gioia. Elizabeth, Victor, Njuguna e Keru sono stati una vera benedizione per me, i miei scacciapensieri in un periodo non proprio semplicissimo. Diciamo che sono stati più loro a far qualcosa per me più che io per loro. Elizabeth, a differenza della maggior parte degli altri bambini del Talitha Kum, ha ancora la mamma, che però è molto ammalata. La donna ha altri figli a cui pensare e per questo qualche anno fa ha preferito che Elizabeth, essendo una delle più grandi, vivesse altrove. Quando sono iniziate le vacanze però, Elizabeth era sicura che la mamma andasse a prenderla e così per tutto il giorno è rimasta ad aspettare in giardino con lo sguardo fisso verso il cancello ma alla fine nessuno si è fatto vivo. Non sto qua a dirvi quanto ha pianto e quanto è stato difficile consolare il forte senso di abbandono che ha provato in quel momento. Poi c'è Victor che ha perso la mamma quand'era piccolo e il papà solo due mesi fa. Ha un nonno e degli zii a Kisumu ma sono sempre ubriachi e totalmente incapaci di prendersi cura di lui. Ha anche una zia, Helen, di poco più grande di lui ma che vive anche lei al Talitha Kum proprio per le stesse ragioni. Infine ci sono i due più piccoli della casa, Keru e Njuguna, che non hanno invece proprio nessuno. Durante gli scontri tribali dopo le elezioni presidenziali del 2007, Keru con la mamma sono dovuti scappare dal posto in cui vivevano. Durante la fuga la donna, sieropositiva, si è sentita male ed è stata portata all'ospedale. Nella speranza di garantire al figlio un futuro migliore, ha pensato poi di lasciare lì il bambino e di andarsene ma è stata inseguita e picchiata: non per aver lasciato lì il bambino ovviamente ma per il semplice fatto di non aver pagato. Così per giorni madre e figlio hanno continuato a vagare sino a che non hanno trovato una casa vuota lungo la strada. Allora la donna ha pensato di chiudere Keru all' interno e di andarsene un' altra volta nella speranza che i vicini, trovando un bambini solo e così piccolo decidessero di prendersene cura. Ma dopo giorni che lo sentivano piangere l'unica cosa che fecero fu quella di chiamare la polizia. Alla fine, dopo vari spostamenti Keru è arrivato al St. Martin e da lì al Talitha Kum. Njuguna invece per giorni è rimasto vicino alla mamma morta fino a che i vicini, sentendolo piangere, non hanno deciso di chiamare la polizia. Mamma e figlio allora sono stati entrambi portati all'ospedale. Il bambino è stato messo in una stanza da solo in attesa che qualche parente si facesse vivo. Nello stesso periodo un altro bambino del Talitha Kum era ricoverato nello stesso ospedale. Ogni giorno le suore e gli altri bambini della casa passando per la stanza dove era stato chiuso Njuguna, dalla finestra lo vedevano sempre più solo, triste e malnutrito e così decisero di fare qualcosa per lui. Quando fu chiaro che nessuno sarebbe mai venuto a cercarlo, in accordo con medici e polizia, il bambino fu affidato allora al Talitha Kum. Ogni mattina vado a Boston House per il crafts workshop con gli amici di Effathà: Musa, Wachuka, Monyua e Mwihaki. Cinque sono "i bambini" in Effathà (loro 4 più Paul, che lavora però come giardiniere al St. Martin): in realtà nessuno di loro lo è dal momento che grosso modo (nessuno sa gli anni precisi) le loro età si aggirano attorno alla 20ina ma qui in Kenya non esiste nessun modulo per registrare le case che accolgono persone con disabilità e così questo risultava essere Effathà prima di venir ufficialmente riconosciuta come una delle case dell' Arche international: una casa per bambini. Quando Musa è nato e sua mamma si è accorta che il bambino era disabile l'ha immediatamente abbandonato nella discarica. Una donna che passava di là e l'ha sentito piangere, l'ha accolto in casa. Non conoscendo il nome del bambino ha deciso così di chiamarlo Musa (Mosè) perché è stato trovato e Kirokote, che in kiswahili vuol dire "trovato nella discarica". La nuova mamma di Musa però era sieropositiva e così dopo qualche anno è morta lasciandolo solo con la nonna, molto anziana e non in grado di prendersi cura di lui. Adesso Musa vive ad Effathà, è questa adesso la sua nuova casa e le altre persone che ci vivono sono la sua famiglia. Nonostante abbia delle serie disabilità sia fisiche che mentali, posso assicurarvi che per me è sempre una gioia vederlo e passare del tempo con lui. Ogni giorno mi stupisce con la sua allegria e delicatezza, è sempre attento ai bisogni di tutti, così gentile nei modi... nonostante parli solo il kiswahili e io solo l'inglese è incredibile come sia facile comunicare con lui! E poi si impegna veramente tanto al workshop, vuole davvero imparare e sta facendo dei grossi progressi ogni giorno. Wachuka invece è anche lei stata abbandonata dalla madre subito dopo la nascita ed è stata cresciuta dal padre, un poliziotto sempre ubriaco che per anni l' ha portata con sé nei bar permettendo che la figlia subisse ogni tipo di violenza. Un giorno mentre era sotto gli effetti dell'alcohol ha ucciso uno e così è finito in prigione lasciando Wachuka senza nessuno. Adesso Wachuka è uno dei membri di Effathà, non parla ma è incredibile come sappia farsi capire e rispettare. Ieri sono venuti tutti qui a casa per festeggiare il primo compleanno della piccola Sara, la figlia della coppia polacca con cui vivo, e vorrei che aveste visto come Wachuka ha ballato ininterrottamente per ore insieme a Musa, Mwihiaki, Monyua e Paul. Monyua e Mwihiaki invece sono entrambi stati trovati dai colleghi del CPPD (Programma comunitario per persone con disabilità del St. Martin) in condizioni di estrema povertà e disagio. Entrambi non parlavano ed erano totalmente chiusi in sé stessi: adesso Monyua è un po' la mascotte della casa e Mwihaki è incontenibile, non parla ma è un vulcano di energia. Per me tutti loro sono ogni giorno una scoperta. Non avevo mai lavorato prima con persone con disabilità ma devo dire che ogni giorno mi insegnano a vivere con semplicità e gratuità. Per il momento cari amici vi saluto, a presto e un abbraccio dal Kenya e da tutto il St. Martin! Alessia

Marzo

Amici,
Habari (come state)?
Ecco che sono trascorsi i primi due mesi della mia avventura africana .. mi sembra di aver lasciato l'Italia da anni ma invece .. è strano come ormai questa sia diventata la mia quotidianità .. anche se pur sempre nella confusione! A differenza di Riccardo, Alice (la mia coinquilina francese) e le due nuove ragazze olandesi che hanno iniziato pole pole (con calma), guardandosi prima intorno, uscendo con i vari programmi per conoscere meglio il lavoro del St. Martin e concentrandosi poi solo su una cosa alla volta, io ho avuto un inizio un po'rocambolesco! Essendo arrivata in un momento di passaggio, alla fine dell'esperienza triennale di Luca (laico fidei donum di Padova) e in assenza di Riccardo, sono stata catapultata prima per un po' al Public Relation Office dove mi sono trovata a dover imparare in fretta e furia tutto ciò che faceva Luca e che poi avrebbe dovuto imparare Riccardo. Sul più bello che iniziavo a capirci qualcosa arriva Riccardo (prima del previsto) e io vengo spostata al negozio del St. Martin (dove si vendono i prodotti di artigianato realizzati da alcuni beneficiari dei vari programmi) per aiutare Mary in assenza di Agnes, andata in maternità. Non che il lavoro mi entusiasmi (di certo non ho fatto tutta questa strada per venire a chiudermi in un magazzino a riordinare gli articoli, a metterci i codici e i prezzi e a controllare gli ordini!) ma cerco di imparare tutto il più in fretta possibile per potermi subito render utile. Dopo soli pochi giorni mi viene chiesto di iniziare ogni mattina un workshop con i disabili di Effathà e di ridurre la mia presenza al negozio. La cosa come già vi ho anticipato nella scorsa lettera cari amici mi ha subito interessato ma… che fatica! Per la terza volta ho dovuto cambiare posto, colleghi e imparare tutto da capo. Tra l'altro in questo caso mi trovo nella posizione nuova di dover "dirigere i lavori" e di dover impostare questo nuovo progetto .. il tutto in compagnia di un simpatico gruppo di persone con cui non ho mai lavorato prima, che parlano solo Kikuyu o Swahili e non propriamente facili da gestire (tutti loro hanno diversi tipi di disabilità sia fisiche che mentali). Dovrebbero esserci degli assistenti e dei volontari ad aiutarmi nell'impresa ma in realtà per loro questo laboratorio è solo un momento per tirare un sospiro di sollievo. Abbiamo fatto diversi meeting per cercare di raddrizzare il tiro ma non sono serviti a niente. Questo perché qui non è pensabile riprendere qualcuno direttamente … bisogna sempre cercare vie traverse per far sapere cosa si pensa e quindi vi lascio immaginare quanto tempo può passare prima che la notizia arrivi al diretto interessato. Dopo un'altra settimana mi viene chiesto di iniziare anche dei workshop di arte nei centri per ragazzini e ragazzine di strada o in situazioni di rischio. Non mi pareva vero, di cominciare finalmente a lavorare nel mio e a seguire il mio progetto iniziale. Infatti devo dire che è la cosa per cui mi sento più portata (lavorare con i bambini) e che mi sta dando le più grandi soddisfazioni. Sto cercando di iniziare un nuovo progetto all'interno del programma degli street children (bambini di strada): insegnare ai bambini ad usare le illustrazioni per comunicare le loro storie, i loro pensieri e i loro sentimenti. Tutti hanno un passato davvero difficile alle spalle fatto di violenze, abbandoni, droga, solitudine e vita di strada e proprio per questo per la maggior parte di loro è davvero difficile riuscire ad esprimere a parole, in modo diretto il loro disagio. Così mi è stato chiesto da uno dei direttori del St. Martin, in accordo con i maestri dei vari centri, se potevo aiutarli a trovare altre vie. Ci vuole tempo e pazienza per inserirsi nelle vite di questi ragazzini in modo discreto, iniziare a conoscerli, fare in modo che si possano fidare di te ma sono sicura che si possa lavorare molto bene con loro. Il problema principale però è che circa ogni settimana c'è qualcuno di nuovo che arriva e qualcun altro che se ne va e così si deve ricominciare sempre tutto dall'inizio senza avere il tempo di concludere il percorso già iniziato. Sono comunque tutti molto contenti di questa nuova attività e questa è la cosa più importante. Ogni volta che vado al D.I.C (il centro di prima accoglienza dei bambini di strada) per esempio, c'è un bambino, Godfrey, che mi mette in tasca un bigliettino con scritto: "Grazie Alessia per essere venuta a passare del tempo da noi, ritorna tutte le volte che vuoi. Ti aspettiamo!".. un semplice messaggio che ogni volta che lo ricevo mi fa venire la pelle d'oca e mi fa pensare che sono sulla strada giusta e che nonostante le difficoltà (e cari amici ce ne sono diverse) devo continuare ad andare avanti. Sto cercando anche il più possibile di coinvolgere nel workshop gli stessi insegnanti e soprattutto un gruppo di giovani volontari perché in tutto ciò che faccio cerco sempre di ricordarmi che non ha senso iniziare qualche cosa se non si coinvolgono pure le persone di qua .. fra tre anni me ne andrò e tutto questo altrimenti non sarà servito a niente. Piano piano sto imparando che la cosa più importante non è tanto arrivare ad un risultato, quanto arrivarci insieme. C'è un proverbio qui in Kenya che dice: "Se vuoi arrivare primo corri da solo, se vuoi arrivare lontano cammina insieme". Ogni giorno è una bella sfida cercare di combinare qualche cosa. Soprattutto per noi europei che siamo ossessionati dal fare e dall'ottenere nell'immediato dei risultati, arrivare dopo due mesi con la consapevolezza di non aver fatto niente e di averci capito anche meno, vi assicuro, non è facile da accettare .. a volte si ha la sensazione di non essere in grado di concludere niente, di non riuscire a raggiungere i propri obiettivi. Niente qui è lineare, niente è come te lo aspetti e imparare a gestire questo korogocho (confusione) interiore che senti crescere ogni giorno dentro di te ..beh, è davvero dura! Anche la vita comunitaria a volte non è semplice .. in particolare con gli altri wasungu (bianchi). Sicuramente per me qui, a differenza di quanto potevo immaginare prima di partire, è più difficile relazionarmi con i miei coinquilini (Riccardo, una coppia di polacchi e una ragazza francese) piuttosto che con i kenioti. Alla fine, nonostante siamo tutti bianchi e tutti europei, veniamo tutti da paesi, culture, trascorsi e stili di vita molto diversi. Non sempre riusciamo a trovare dei punti d'incontro e a volte la convivenza si fa davvero pesante. Forse il problema è che mentre nel relazionarci con gli africani già partiamo con l'idea che siamo diversi e dobbiamo essere pazienti gli uni con gli altri, rispettosi e attenti alla sensibilità altrui, tra di noi diamo per scontato tante cose, ci aspettiamo molto di più e siamo molto più intransigenti e severi nei giudizi. Per me adesso la più grande sfida è trovare il modo per superare le difficoltà in casa, di questa convivenza "forzata". Per la prima volta mi trovo a dover vivere con persone che non mi sono scelta e con cui molto probabilmente, se fosse dipeso da me, non avrei mai avuto niente a che fare. Jean Vanier, il fondatore dell'Arche (comunità dove persone "normali" e persone con disabilità convivono), dice che la cosa più difficile nella vita comunitaria è proprio questa: il fatto di essere costretti dalle circostanze ad accettare chi ci si presenta innanzi. Imparare ad accettare i limiti altrui ma soprattutto i propri che in queste situazioni ci si presentano innanzi costantemente. Sapete, è davvero facile amare questi bambini (poveri, malati, maltrattati), provare tenerezza per questi disabili (così inermi e bisognosi di cure), ma al contrario è così difficile a volte amare i propri colleghi di lavoro, i vicini di casa e i propri coinquilini con cui sentiamo di non avere niente in comune ed è ancora più difficile per non dire impossibile accettare i propri limiti e le proprie debolezze ed imparare a conviverci. Ogni giorni mi si presentano innanzi, puntuali come un orologio, vorrei non vederli ma sono sempre lì, pronti a saltar fuori soprattutto nei momenti di stanchezza o di fragilità. Ecco cari amici le mie difficoltà: non il vivere lontano da casa, dalla famiglia e dagli amici, non l'essere in un paese straniero, non l'essere ogni giorno a contatto con gente di un'altra cultura e il trovarmi costantemente faccia a faccia con situazioni molto dure ma la semplice convivenza con qualcuno con cui non sento alcun tipo di feeling e la costante sensazione di essere un "poveretta", imperfetta. Ma alla fine mi rendo pure conto che questo è l'uomo, un essere incompleto ed imperfetto e devo accettare la realtà che ahimè non sempre è come la vorrei. Ogni giorno cerco di fare del mio meglio ma spesso mi rendo conto che non è abbastanza e allora sale la tristezza. Questa mia esperienza africana ogni giorno è davvero scuola di vita per me e nonostante la stanchezza, le fatiche e le delusioni, non c'è giorno che non ringrazi per questo grande dono ricevuto. Domani è l'ultimo giorno di lavoro prima della chiusura del St. Martin per Pasqua ma in realtà non credo che avrò comunque modo di riposarmi più di tanto. Ho infatti deciso di ospitare alcuni bambini del Talitha Kum (casa per bambini orfani e sieropositivi) per un po'di giorni: la maggior parte di loro passerà le vacanze a casa di alcuni parenti, che hanno accettato di ospitarli per periodi brevi ogni tanto (in genere a Pasqua e/o a Natale), ma alcuni di loro non hanno proprio nessuno, soprattutto i più piccoli, e così ho pensato che sarebbero stati contenti di cambiare posto e di fare qualcosa di diverso anche loro per un po'di giorni. Quindi cari amici, grandi preparativi in casa per accogliere questi bimbi, che ogni giorno che passa diventano sempre più speciali per me. Ecco fatto, credo che per il momento sia abbastanza... di cose da raccontare ce ne sarebbero tante ma a volte è davvero difficile concentrare il tutto in poche pagine... abbiate pazienza! Per il momento allora vi saluto e vi abbraccio!
A presto!

Alessia