Cari tutti,
eccoci arrivati al nostro appuntamento mensile! Come state?
Questa volta vorrei iniziare col raccontarvi un episodio che mi è capitato giusto qualche sera fa. Stavo aspettando agli uffici del St. Martin per andare, come ogni sabato sera, al Talitha Kum a mostrare un cartone animato ai bambini. Saranno state le 18 e a quell'ora tutti i colleghi se ne erano già tornati a casa. C'eravamo solo io e il watchman (il guardiano notturno) in un silenzio raro da trovare da queste parti. Ad un certo punto mi sono accorta che fuori dal cancello c'era un ragazzino seduto per terra. Ho subito pensato stesse aspettando qualcuno e così non c'ho fatto più di tanto caso. Nel frattempo è arrivato Maurice, abbiamo caricato il proiettore in macchina e stavamo quasi per partire quando mi sono accorta che il bambino era ancora lì, dopo quasi una mezz'oretta. Sono allora uscita dalla macchina e ho pensato di andargli a parlare, tanto per assicurarmi che fosse tutto ok. Quando gli sono stata un po' più vicina però, anche se era di spalle, l'ho riconosciuto subito: quel bambino era Wachira, uno dei ragazzini del D.I.C (uno dei centri per bambini di strada). Cari amici, non so spiegarvi che ansia mi è salita all'idea che fosse tornato in strada un'altra volta. Wachira è un bambino molto difficile, più di altri. Molto timido e riservato ma allo stesso tempo bisognoso di attenzioni. A quel punto inizia a raccontarmi di essersene andato dal centro perché aveva capito che anche lì a nessuno importava più di tanto di lui e così ha pensato che tanto valeva tornarsene in strada e vivere da solo. Dopo qualche giorno che vagava per la città di Nyahururu, sotto una pioggia senza sosta, ha iniziato però ad avere freddo, fame e ad avere paura per quello che poteva capitargli, soprattutto di notte e così ha pensato di venire agli uffici nella speranza di poter essere riammesso al DIC. Quando Wachira però è arrivato al St. Martin, l'ha trovato vuoto perché l'orario lavorativo era già finito e il week end iniziato. A quel punto cosa potevo fare, io, l'ultima arrivata? Ho chiesto subito allora il numero di qualcuno da chiamare per farmi dire come muovermi ma alla mia richiesta Maurice si è messo a ridere e mi ha ricordato che ci sono delle regole da rispettare e che per questo quel bambino era giusto che rimanesse lì dov'era almeno fino a martedì. Lì per lì veramente la mia testa si rifiutava di capire, com'è possibile che per seguire dei regolamenti si permetta ad un ragazzino di continuare a vivere sulla strada. Non mi sono data pace allora fino a che non sono riuscita a parlare con uno dei responsabili del programma per bambini di strada e a far riportare Wachira al DIC. Qualche giorno dopo vado al St. Rose (centro per bambine a rischio) ed è quasi deserto: le tre ragazzine più grandi hanno deciso di scappare quella stessa mattina. Tutto sembrava procedere nella normalità e a me sembrava allucinante che nessuno si mobilitasse per andarle a cercare. Sono andata allora a parlare con Esther, la coordinatrice del programma e l'ho trovata sola, in ufficio, a piangere. Era terrorizzata all'idea che potesse succedere qualcosa di brutto a Rose, Jane e Regina e cosa che la faceva ancor più soffrire era quel senso di impotenza che spesso ci viene a far visita e ci opprime. Più di denunciare la cosa alla polizia, sapendo sin dal principio che è cosa inutile (a chi interessa la cosa? Sono solo tre ragazzine come tante altre..), non è possibile fare. Andarle a cercare è totalmente senza senso perché potrebbero essere ovunque.. basta che abbiano preso un matatu (mezzo pubblico locale) e chi le trova più. Dopo qualche giorno sto passeggiando per la strada e chi incontro? Tre bambini del DIC di 7,8 e 9 anni di nuovo in strada. Tutti loro erano arrivati al centro solo qualche giorno prima dopo vari mesi che i nostri social workers lavoravano con loro per le vie di Nyahururu per convincerli e cambiare vita. Nel mio piccolo ho cercato anch'io quella mattina di convincerli a tornare al DIC ma com'era prevedibile senza successo. Mi hanno abbracciata, ringraziata e salutata. Cosa li spinga a scappare di casa e a preferire la vita di strada mi è molto chiaro (violenze domestiche, povertà, abbandono, etc.) ma cosa faccia loro preferire il tornarsene in strada a sniffare colla, a dover frugare nelle immondizie per poter mettere qualcosa sotto i denti, a soffrire il freddo e ad essere esposti ad ogni tipo di violenza piuttosto che continuare a vivere al sicuro nei centri dove hanno cibo, vestiti, degli insegnanti che si prendono cura di loro in attesa di trovare loro una famiglia disposta a accoglierli, per me rimane ancora un gran mistero. È vero amici, a volte a noi non è proprio dato capire. Sul più bello che credo ogni volta di essere sulla strada giusta, mi accorgo di non aver capito proprio niente. Ogni volta cerco di ricordarmi che sono io a non avere ancora le chiavi di lettura per capire a fondo le situazioni di qui ed è per questo che ogni volta mi sforzo di non giudicare ma mi ripeto che devo darmi solo il tempo per ascoltare e guardare. Mi fido dei miei colleghi e so che sono delle ottime persone e che si fanno in quattro per aiutare la propria gente a crescere. Sono convinta del fatto che conoscono meglio di me le situazioni nel loro paese e che sono in grado di pensare a delle soluzioni sicuramente più giuste ma a volte è così difficile. La scorsa settimana sono stata con Priscilla del CPSNC (Programma comunitario per bambini di strada e in situazioni di disagio) a far visita ad un altro Wachira, un bambino che per lungo tempo è stato prima al DIC e poi al REHAB e che da un mesetto è stato riabilitato e reinserito nella sua famiglia d'origine. Siamo state nella scuola primaria che ha ricominciato a frequentare per un colloquio con il direttore ed è stato così triste scoprire che nulla è cambiato. Samuel continua ad essere maltrattato e sfruttato dai propri genitori e a rimanere per giorni e giorni senza niente da mangiare. L'abbiamo trovato molto dimagrito, con un solo paio di pantaloni, una maglietta e un maglione blu (l'uniforme scolastica è l'unica cosa che possiede e senza la quale non potrebbe neppure andare a scuola) e così triste. Per tutto il tempo ha cercato nonostante tutto di difendere i propri genitori dicendo che in famiglia sono in tanti, che non c'è abbastanza cibo per tutti, che stanno facendo del loro meglio, che è giusto che lui lavori in casa perché è uno dei fratelli maggiori e così via... tutto questo con gli occhi pieni di lacrime. Prima di ritornarsene in classe ci ha solo detto: "Salutatemi tutti i bambini dei centri e dite loro di pregare tanto per me affinché possa continuare a studiare e ad essere forte e coraggioso". Il prossimo mercoledì ci sarà un incontro tra il direttore della scuola di Wachira, il capo villaggio, il consiglio degli anziani, i genitori del bambino e alcuni colleghi del St. Martin e cercheranno insieme una soluzione. Se fosse dipeso da me, in quel momento l'avrei portato via da là senza aspettare un secondo di più ma avrei fatto un grande errore perché come il St. Martin mi insegna ogni giorno la soluzione ad ogni problema è da ricercare "Solo attraverso la comunità". Prima di salutarvi colgo l' occasione per ringraziarvi tutti per la vostra vicinanza e il vostro sostegno. Vi ringrazio anche a nome di tutti qui per l'aiuto che ci state dando per i bambini del Talitha Kum .. sono tutti eccitati adesso all'idea di avere degli amici anche a Venezia, la città "piena di acqua"!!!
A presto!
Alessia
Nessun commento:
Posta un commento