Amici,
Habari (come state)?
Ecco che sono trascorsi i primi due mesi della mia avventura africana .. mi sembra di aver lasciato l'Italia da anni ma invece .. è strano come ormai questa sia diventata la mia quotidianità .. anche se pur sempre nella confusione! A differenza di Riccardo, Alice (la mia coinquilina francese) e le due nuove ragazze olandesi che hanno iniziato pole pole (con calma), guardandosi prima intorno, uscendo con i vari programmi per conoscere meglio il lavoro del St. Martin e concentrandosi poi solo su una cosa alla volta, io ho avuto un inizio un po'rocambolesco! Essendo arrivata in un momento di passaggio, alla fine dell'esperienza triennale di Luca (laico fidei donum di Padova) e in assenza di Riccardo, sono stata catapultata prima per un po' al Public Relation Office dove mi sono trovata a dover imparare in fretta e furia tutto ciò che faceva Luca e che poi avrebbe dovuto imparare Riccardo. Sul più bello che iniziavo a capirci qualcosa arriva Riccardo (prima del previsto) e io vengo spostata al negozio del St. Martin (dove si vendono i prodotti di artigianato realizzati da alcuni beneficiari dei vari programmi) per aiutare Mary in assenza di Agnes, andata in maternità. Non che il lavoro mi entusiasmi (di certo non ho fatto tutta questa strada per venire a chiudermi in un magazzino a riordinare gli articoli, a metterci i codici e i prezzi e a controllare gli ordini!) ma cerco di imparare tutto il più in fretta possibile per potermi subito render utile. Dopo soli pochi giorni mi viene chiesto di iniziare ogni mattina un workshop con i disabili di Effathà e di ridurre la mia presenza al negozio. La cosa come già vi ho anticipato nella scorsa lettera cari amici mi ha subito interessato ma… che fatica! Per la terza volta ho dovuto cambiare posto, colleghi e imparare tutto da capo. Tra l'altro in questo caso mi trovo nella posizione nuova di dover "dirigere i lavori" e di dover impostare questo nuovo progetto .. il tutto in compagnia di un simpatico gruppo di persone con cui non ho mai lavorato prima, che parlano solo Kikuyu o Swahili e non propriamente facili da gestire (tutti loro hanno diversi tipi di disabilità sia fisiche che mentali). Dovrebbero esserci degli assistenti e dei volontari ad aiutarmi nell'impresa ma in realtà per loro questo laboratorio è solo un momento per tirare un sospiro di sollievo. Abbiamo fatto diversi meeting per cercare di raddrizzare il tiro ma non sono serviti a niente. Questo perché qui non è pensabile riprendere qualcuno direttamente … bisogna sempre cercare vie traverse per far sapere cosa si pensa e quindi vi lascio immaginare quanto tempo può passare prima che la notizia arrivi al diretto interessato. Dopo un'altra settimana mi viene chiesto di iniziare anche dei workshop di arte nei centri per ragazzini e ragazzine di strada o in situazioni di rischio. Non mi pareva vero, di cominciare finalmente a lavorare nel mio e a seguire il mio progetto iniziale. Infatti devo dire che è la cosa per cui mi sento più portata (lavorare con i bambini) e che mi sta dando le più grandi soddisfazioni. Sto cercando di iniziare un nuovo progetto all'interno del programma degli street children (bambini di strada): insegnare ai bambini ad usare le illustrazioni per comunicare le loro storie, i loro pensieri e i loro sentimenti. Tutti hanno un passato davvero difficile alle spalle fatto di violenze, abbandoni, droga, solitudine e vita di strada e proprio per questo per la maggior parte di loro è davvero difficile riuscire ad esprimere a parole, in modo diretto il loro disagio. Così mi è stato chiesto da uno dei direttori del St. Martin, in accordo con i maestri dei vari centri, se potevo aiutarli a trovare altre vie. Ci vuole tempo e pazienza per inserirsi nelle vite di questi ragazzini in modo discreto, iniziare a conoscerli, fare in modo che si possano fidare di te ma sono sicura che si possa lavorare molto bene con loro. Il problema principale però è che circa ogni settimana c'è qualcuno di nuovo che arriva e qualcun altro che se ne va e così si deve ricominciare sempre tutto dall'inizio senza avere il tempo di concludere il percorso già iniziato. Sono comunque tutti molto contenti di questa nuova attività e questa è la cosa più importante. Ogni volta che vado al D.I.C (il centro di prima accoglienza dei bambini di strada) per esempio, c'è un bambino, Godfrey, che mi mette in tasca un bigliettino con scritto: "Grazie Alessia per essere venuta a passare del tempo da noi, ritorna tutte le volte che vuoi. Ti aspettiamo!".. un semplice messaggio che ogni volta che lo ricevo mi fa venire la pelle d'oca e mi fa pensare che sono sulla strada giusta e che nonostante le difficoltà (e cari amici ce ne sono diverse) devo continuare ad andare avanti. Sto cercando anche il più possibile di coinvolgere nel workshop gli stessi insegnanti e soprattutto un gruppo di giovani volontari perché in tutto ciò che faccio cerco sempre di ricordarmi che non ha senso iniziare qualche cosa se non si coinvolgono pure le persone di qua .. fra tre anni me ne andrò e tutto questo altrimenti non sarà servito a niente. Piano piano sto imparando che la cosa più importante non è tanto arrivare ad un risultato, quanto arrivarci insieme. C'è un proverbio qui in Kenya che dice: "Se vuoi arrivare primo corri da solo, se vuoi arrivare lontano cammina insieme". Ogni giorno è una bella sfida cercare di combinare qualche cosa. Soprattutto per noi europei che siamo ossessionati dal fare e dall'ottenere nell'immediato dei risultati, arrivare dopo due mesi con la consapevolezza di non aver fatto niente e di averci capito anche meno, vi assicuro, non è facile da accettare .. a volte si ha la sensazione di non essere in grado di concludere niente, di non riuscire a raggiungere i propri obiettivi. Niente qui è lineare, niente è come te lo aspetti e imparare a gestire questo korogocho (confusione) interiore che senti crescere ogni giorno dentro di te ..beh, è davvero dura! Anche la vita comunitaria a volte non è semplice .. in particolare con gli altri wasungu (bianchi). Sicuramente per me qui, a differenza di quanto potevo immaginare prima di partire, è più difficile relazionarmi con i miei coinquilini (Riccardo, una coppia di polacchi e una ragazza francese) piuttosto che con i kenioti. Alla fine, nonostante siamo tutti bianchi e tutti europei, veniamo tutti da paesi, culture, trascorsi e stili di vita molto diversi. Non sempre riusciamo a trovare dei punti d'incontro e a volte la convivenza si fa davvero pesante. Forse il problema è che mentre nel relazionarci con gli africani già partiamo con l'idea che siamo diversi e dobbiamo essere pazienti gli uni con gli altri, rispettosi e attenti alla sensibilità altrui, tra di noi diamo per scontato tante cose, ci aspettiamo molto di più e siamo molto più intransigenti e severi nei giudizi. Per me adesso la più grande sfida è trovare il modo per superare le difficoltà in casa, di questa convivenza "forzata". Per la prima volta mi trovo a dover vivere con persone che non mi sono scelta e con cui molto probabilmente, se fosse dipeso da me, non avrei mai avuto niente a che fare. Jean Vanier, il fondatore dell'Arche (comunità dove persone "normali" e persone con disabilità convivono), dice che la cosa più difficile nella vita comunitaria è proprio questa: il fatto di essere costretti dalle circostanze ad accettare chi ci si presenta innanzi. Imparare ad accettare i limiti altrui ma soprattutto i propri che in queste situazioni ci si presentano innanzi costantemente. Sapete, è davvero facile amare questi bambini (poveri, malati, maltrattati), provare tenerezza per questi disabili (così inermi e bisognosi di cure), ma al contrario è così difficile a volte amare i propri colleghi di lavoro, i vicini di casa e i propri coinquilini con cui sentiamo di non avere niente in comune ed è ancora più difficile per non dire impossibile accettare i propri limiti e le proprie debolezze ed imparare a conviverci. Ogni giorni mi si presentano innanzi, puntuali come un orologio, vorrei non vederli ma sono sempre lì, pronti a saltar fuori soprattutto nei momenti di stanchezza o di fragilità. Ecco cari amici le mie difficoltà: non il vivere lontano da casa, dalla famiglia e dagli amici, non l'essere in un paese straniero, non l'essere ogni giorno a contatto con gente di un'altra cultura e il trovarmi costantemente faccia a faccia con situazioni molto dure ma la semplice convivenza con qualcuno con cui non sento alcun tipo di feeling e la costante sensazione di essere un "poveretta", imperfetta. Ma alla fine mi rendo pure conto che questo è l'uomo, un essere incompleto ed imperfetto e devo accettare la realtà che ahimè non sempre è come la vorrei. Ogni giorno cerco di fare del mio meglio ma spesso mi rendo conto che non è abbastanza e allora sale la tristezza. Questa mia esperienza africana ogni giorno è davvero scuola di vita per me e nonostante la stanchezza, le fatiche e le delusioni, non c'è giorno che non ringrazi per questo grande dono ricevuto. Domani è l'ultimo giorno di lavoro prima della chiusura del St. Martin per Pasqua ma in realtà non credo che avrò comunque modo di riposarmi più di tanto. Ho infatti deciso di ospitare alcuni bambini del Talitha Kum (casa per bambini orfani e sieropositivi) per un po'di giorni: la maggior parte di loro passerà le vacanze a casa di alcuni parenti, che hanno accettato di ospitarli per periodi brevi ogni tanto (in genere a Pasqua e/o a Natale), ma alcuni di loro non hanno proprio nessuno, soprattutto i più piccoli, e così ho pensato che sarebbero stati contenti di cambiare posto e di fare qualcosa di diverso anche loro per un po'di giorni. Quindi cari amici, grandi preparativi in casa per accogliere questi bimbi, che ogni giorno che passa diventano sempre più speciali per me. Ecco fatto, credo che per il momento sia abbastanza... di cose da raccontare ce ne sarebbero tante ma a volte è davvero difficile concentrare il tutto in poche pagine... abbiate pazienza! Per il momento allora vi saluto e vi abbraccio!
A presto!
Alessia
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