Aprile

Carissimi, 
come state?
Qui a Nyahururu tutto procede bene! Questa volta ho pensato che poteva essere molto più interessante per voi, più che leggere il solito "resoconto" mensile di ciò che sta combinando la sottoscritta quaggiù, iniziare un po' a conoscere le persone con cui trascorro le mie giornate e con cui lavoro fianco a fianco ogni giorno. Sono molte le storie come ben potete immaginare perché tanti siamo qui al St. Martin e nelle varie comunità, ma proprio per questo tanto vale cominciare!
Durante le vacanze di Pasqua, ho ospitato qui a casa 4 bambini del Talitha Kum. Tutti gli altri sono andati a casa di alcuni parenti per qualche settimana ma per loro invece non c' era nessuno disposto ad accoglierli. Dall' oggi al domani mi sono trovata di colpo a fare la mamma! Sveglia alle 6 perché alle 6:30 in punto tutti loro devono prendere gli antiretrovirali (così come alle 18:30). Sono tutti ad uno stadio della malattia diverso e per questo il tipo di pastiglie e le dosi variano (la media però è di 4 pastiglie alla volta per ciascuno). Il giorno che sono andata a prenderli al Talitha Kum una delle suore della casa, sister Anna, mi ha fatto un corso accelerato sui dosaggi e poi mi ha preparato una borsa della spesa con tutte le medicine; pensare che dei bambini così piccoli devono prendere tutte queste pastiglie e che lo devono fare con regolarità per tutto il corso della loro vita se vogliono un' aspettativa di vita maggiore, devo dire, mi ha fatto un certo che .. ma vedeste come sono bravi .. non un capriccio, non una lamentela! Devono poi mangiare molto durante i pasti sia per via delle pastiglie, sia per non essere troppo deboli e quindi esposti ad ogni sorta di malattia (per loro anche un semplice raffreddore può diventare un problema). Per fortuna in casa abbiamo Lucy, una signora fantastica che lavora da noi, anch'essa affetta da HIV e che proprio per questo conosceva meglio di me di sicuro quello di cui "i miei bambini" avevano bisogno. E poi organizzare le loro giornate, lavarli, fare il bucato, coccolarli tutti allo stesso modo (alla fine era questo lo scopo principale).. non posso certo dire di essermi riposata ma di sicuro posso dirvi cari amici che è stato bellissimo. Averli qui in casa e vederli felici, sempre con un gran bel sorriso stampato in faccia è stata davvero una gioia. Elizabeth, Victor, Njuguna e Keru sono stati una vera benedizione per me, i miei scacciapensieri in un periodo non proprio semplicissimo. Diciamo che sono stati più loro a far qualcosa per me più che io per loro. Elizabeth, a differenza della maggior parte degli altri bambini del Talitha Kum, ha ancora la mamma, che però è molto ammalata. La donna ha altri figli a cui pensare e per questo qualche anno fa ha preferito che Elizabeth, essendo una delle più grandi, vivesse altrove. Quando sono iniziate le vacanze però, Elizabeth era sicura che la mamma andasse a prenderla e così per tutto il giorno è rimasta ad aspettare in giardino con lo sguardo fisso verso il cancello ma alla fine nessuno si è fatto vivo. Non sto qua a dirvi quanto ha pianto e quanto è stato difficile consolare il forte senso di abbandono che ha provato in quel momento. Poi c'è Victor che ha perso la mamma quand'era piccolo e il papà solo due mesi fa. Ha un nonno e degli zii a Kisumu ma sono sempre ubriachi e totalmente incapaci di prendersi cura di lui. Ha anche una zia, Helen, di poco più grande di lui ma che vive anche lei al Talitha Kum proprio per le stesse ragioni. Infine ci sono i due più piccoli della casa, Keru e Njuguna, che non hanno invece proprio nessuno. Durante gli scontri tribali dopo le elezioni presidenziali del 2007, Keru con la mamma sono dovuti scappare dal posto in cui vivevano. Durante la fuga la donna, sieropositiva, si è sentita male ed è stata portata all'ospedale. Nella speranza di garantire al figlio un futuro migliore, ha pensato poi di lasciare lì il bambino e di andarsene ma è stata inseguita e picchiata: non per aver lasciato lì il bambino ovviamente ma per il semplice fatto di non aver pagato. Così per giorni madre e figlio hanno continuato a vagare sino a che non hanno trovato una casa vuota lungo la strada. Allora la donna ha pensato di chiudere Keru all' interno e di andarsene un' altra volta nella speranza che i vicini, trovando un bambini solo e così piccolo decidessero di prendersene cura. Ma dopo giorni che lo sentivano piangere l'unica cosa che fecero fu quella di chiamare la polizia. Alla fine, dopo vari spostamenti Keru è arrivato al St. Martin e da lì al Talitha Kum. Njuguna invece per giorni è rimasto vicino alla mamma morta fino a che i vicini, sentendolo piangere, non hanno deciso di chiamare la polizia. Mamma e figlio allora sono stati entrambi portati all'ospedale. Il bambino è stato messo in una stanza da solo in attesa che qualche parente si facesse vivo. Nello stesso periodo un altro bambino del Talitha Kum era ricoverato nello stesso ospedale. Ogni giorno le suore e gli altri bambini della casa passando per la stanza dove era stato chiuso Njuguna, dalla finestra lo vedevano sempre più solo, triste e malnutrito e così decisero di fare qualcosa per lui. Quando fu chiaro che nessuno sarebbe mai venuto a cercarlo, in accordo con medici e polizia, il bambino fu affidato allora al Talitha Kum. Ogni mattina vado a Boston House per il crafts workshop con gli amici di Effathà: Musa, Wachuka, Monyua e Mwihaki. Cinque sono "i bambini" in Effathà (loro 4 più Paul, che lavora però come giardiniere al St. Martin): in realtà nessuno di loro lo è dal momento che grosso modo (nessuno sa gli anni precisi) le loro età si aggirano attorno alla 20ina ma qui in Kenya non esiste nessun modulo per registrare le case che accolgono persone con disabilità e così questo risultava essere Effathà prima di venir ufficialmente riconosciuta come una delle case dell' Arche international: una casa per bambini. Quando Musa è nato e sua mamma si è accorta che il bambino era disabile l'ha immediatamente abbandonato nella discarica. Una donna che passava di là e l'ha sentito piangere, l'ha accolto in casa. Non conoscendo il nome del bambino ha deciso così di chiamarlo Musa (Mosè) perché è stato trovato e Kirokote, che in kiswahili vuol dire "trovato nella discarica". La nuova mamma di Musa però era sieropositiva e così dopo qualche anno è morta lasciandolo solo con la nonna, molto anziana e non in grado di prendersi cura di lui. Adesso Musa vive ad Effathà, è questa adesso la sua nuova casa e le altre persone che ci vivono sono la sua famiglia. Nonostante abbia delle serie disabilità sia fisiche che mentali, posso assicurarvi che per me è sempre una gioia vederlo e passare del tempo con lui. Ogni giorno mi stupisce con la sua allegria e delicatezza, è sempre attento ai bisogni di tutti, così gentile nei modi... nonostante parli solo il kiswahili e io solo l'inglese è incredibile come sia facile comunicare con lui! E poi si impegna veramente tanto al workshop, vuole davvero imparare e sta facendo dei grossi progressi ogni giorno. Wachuka invece è anche lei stata abbandonata dalla madre subito dopo la nascita ed è stata cresciuta dal padre, un poliziotto sempre ubriaco che per anni l' ha portata con sé nei bar permettendo che la figlia subisse ogni tipo di violenza. Un giorno mentre era sotto gli effetti dell'alcohol ha ucciso uno e così è finito in prigione lasciando Wachuka senza nessuno. Adesso Wachuka è uno dei membri di Effathà, non parla ma è incredibile come sappia farsi capire e rispettare. Ieri sono venuti tutti qui a casa per festeggiare il primo compleanno della piccola Sara, la figlia della coppia polacca con cui vivo, e vorrei che aveste visto come Wachuka ha ballato ininterrottamente per ore insieme a Musa, Mwihiaki, Monyua e Paul. Monyua e Mwihiaki invece sono entrambi stati trovati dai colleghi del CPPD (Programma comunitario per persone con disabilità del St. Martin) in condizioni di estrema povertà e disagio. Entrambi non parlavano ed erano totalmente chiusi in sé stessi: adesso Monyua è un po' la mascotte della casa e Mwihaki è incontenibile, non parla ma è un vulcano di energia. Per me tutti loro sono ogni giorno una scoperta. Non avevo mai lavorato prima con persone con disabilità ma devo dire che ogni giorno mi insegnano a vivere con semplicità e gratuità. Per il momento cari amici vi saluto, a presto e un abbraccio dal Kenya e da tutto il St. Martin! Alessia

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