Giugno 2011

Nyahururu, giugno 2011

Carissimi amici,
eccomi di ritorno in quelli di Nyahururu dopo quasi un mesetto passato in Italia: la sensazione è quella di avere due case e due famiglie adesso.. è stato bello tornare a Venezia, rivedervi e riabbracciarvi tutti così come è adesso bello essere di nuovo qui in Kenya, al St. Martin, tra i colleghi, gli amici e soprattutto i “miei” bambini.
Prima di tutto ci tengo a ringraziarvi tutti per l’amicizia e il sostegno che mi avete dato nei momenti passati insieme e per il calore e l’affetto con cui avete in un modo o nell’altro accolto gli amici di Ol Moran (che tra l’altro mi hanno in più occasioni ricordato di salutarvi e ringraziarvi anche da parte loro). Grazie anche ancora una volta per i vostri contributi che questa volta, come vi avevo già accennato, sono stati destinati in parte alle suore di Ol Moran, che continuano ad assistere con costanza e determinazione i bambini più svantaggiati della zona ed in particolare quelli malnutriti, disabili ed effetti da HIV/AIDS. La casa per accoglierli giornalmente è ormai pronta, mancano solo poche rifiniture e poi … i bambini avranno finalmente un posto ben definito dove essere visitati, lavati, nutriti e dove poter giocare e socializzare tra loro. Dopodichè una parte del ricavato sarà di sostegno per la costruzione di un nuovo pozzo per il Talitha Kum dal momento che i bambini sono in aumento e con loro anche i costi, soprattutto quelli dell’acqua. Adesso i bambini sono 62 con l’arrivo di Jason e Fredrick, che per diversi mesi prima di essere ammesso al Talitha Kum era stato nei nostri centri per bambini di strada: hanno portato a tutti noi tanta gioia in particolare adesso, ad un anno dalla morte di Zipporah, a cui qui continuiamo tutti a pensare con tanta nostalgia. Per quanto riguarda il resto abbiamo già provveduto a comprare dei sandali (un centinaio) per tutti i bambini e le bambine dei centri (Rehab, DIC e St. Rose) da utilizzare nelle attività di tutti i giorni: sono stati comprati in soprannumero e di diverse misure in modo tale da averne sempre a disposizione per i nuovi arrivi anche in futuro. Infine il resto è stato comunque destinato al programma del St. Martin per bambini di strada e vittime di abusi a sostegno delle varie attività: sostegno ai bambini e ragazzi che vivono per le strade di Nyahururu, alle famiglie di potenziali bambini di strada o comunque in difficoltà socio-economiche (in particolare per pagare le rette e il materiale scolastico dei bambini) e finanziamento di corsi di formazione per gli insegnanti delle scuole elementari e genitori che hanno deciso di accogliere nelle loro famiglie ex-bambini di strada già riabilitati nei nostri centri. Concludo poi con il St. Rose: i lavori di ristrutturazione/ricostruzione del centro per bambine vittime di abusi continuano a pieno ritmo (vi allego una foto di qualche settimana fa in modo tale che possiate farvene meglio un’ idea): nel giro di due mesi dovrebbe essere concluso secondo le previsioni ma nel frattempo le nostre ospiti sono state trasferite al Rehab, con i bambini che stanno concludendo la loro riabilitazione e che sono in attesa di essere reinseriti nelle loro comunità, per motivi di sicurezza prima di tutto ma anche di praticità. Per chiunque poi volesse maggiori informazioni a riguardo, resto sempre a disposizione per qualunque chiarimento e precisazione.

In questi giorni nei centri (Rehabilitation centre for boys, Drop in centre e St. Rose) siamo stati impegnati a preparare “La giornata del bambino africano” che tutti gli anni si celebra in memoria del 16 giugno 1976, giorno in cui in Sud Africa più di 100 bambini sono stati uccisi e migliaia di loro sono stati feriti dalla polizia per aver semplicemente partecipato ad una dimostrazione pacifica per le strade contro le ingiustizie dell’apartheid. Ogni anno le autorità decidono di cogliere l’occasione di “The day of the African child” per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica su una specifica “categoria” di bambini che ancora soffrono nel continente africano (orfani, bambini affetti da HIV/AIDS, bambini abusati o che ancora muoiono di fame o per il  mancato accesso alle basilari cure mediche, bambini disabili ancora rigettati dalle proprie famiglie, etc.). Quest’ anno i protagonisti dell’evento sono stati i bambini di strada o “chokora” (spazzatura), come sono soliti esser chiamati da queste parti. “Tutti insieme per un urgente intervento a favore dei bambini di strada” era lo slogan: ovviamente come al solito è più facile a dirsi che a farsi … lo sappiamo tutti. Ce ne stiamo rendendo conto ogni giorno di più anche nel programma del St. Martin in cui lavoro, in particolare in questo periodo in cui stiamo cercando di rivalutare il vecchio strategic plan e di abbozzare quello per i prossimi tre anni. Nonostante gli sforzi non stiamo riuscendo effettivamente a diminuire il numero dei bambini di strada nella sola cittadina di Nyahururu ma anzi, è in continuo aumento e anche la loro età media si sta abbassando. Questo la dice lunga su come ancora molti minori soffrano nelle proprie case a cause di violenze, situazioni familiari disastrose, mancanza di cibo, attenzioni e cure da parte dei familiari e dell’ intera comunità da cui provengono. Nel corso della manifestazione, i bambini dei nostri centri hanno recitato e cantato un brano, che riassumeva perfettamente le ragioni che spingono tanti bambini come loro a scappare di casa e a preferire la vita di strada, nonostante le difficoltà che quel certo stile di vita comporta (mangiare cibo sporco e andato a male  dai bidoni della spazzatura, malattie ed infezioni dovute alla sporcizia in cui vivono, violenza, droga, etc.): è stato il loro modo per ricordare a tutti le loro sofferenze, la loro solitudine … è stato il loro modo di gridare aiuto nelle speranza che nella moltitudine, almeno qualcuno sia disposto ad ascoltarli e ad offrir loro una mano ma ancor di più un po’ di amore e considerazione. La possibilità di condividere con tutti loro le mie giornate è sicuramente per me il più grande dono. Questi ragazzini ne hanno passate davvero tante in così pochi anni ma allo stesso tempo sono sempre fiduciosi nel futuro, pronti a guardare avanti con coraggio ed ottimismo, senza rancore, ma solo con la speranza di un domani migliore.
Ecco perché volergli bene è sin troppo facile e perché fare un pezzettino di strada assieme è una grande gioia.
Per adesso vi saluto e vi abbraccio cari amici, alla prossima e grazie ancora a tutti!

Alessia

Dicembre

Cari amici,
ben ritrovati! Sono solo pochi giorni che abbiamo riaperto gli uffici e ricominciato a pieno ritmo le nostre attività dopo quasi un mese di chiusura. Per la maggior parte dei colleghi del St. Martin è stata l'occasione per riposarsi dopo un lungo anno di lavoro ma soprattutto per andare a visitare le proprie famiglie in giro per il Kenya. Anche da queste parti il Natale è sacro ed è un momento importante dell'anno da passare con le persone più care: non importa quanto lontano uno si sia trasferito ma a Natale la famiglia, un anno da uno un anno da un altro, si deve riunire. Così sia al St. Martin che in tutta la cittadina di Nyahururu tutti erano in fermento, non per la corsa dell'ultimo minuto per comperare i regali ma semplicemente perché spostarsi con tutta la famiglia da una parte all'altra del paese con i mezzi pubblici, che tra l'altro ne approfittano per triplicare i prezzi dei biglietti, non è uno stress da poco da queste parti, è una cosa che va programmata e pianificata per tempo e al dettaglio. Per me invece, povera immigrata, il Natale non ha portato con sé grandi cambiamenti rispetto alla vita di tutti i giorni né grandi spostamenti dal momento che non avevo nessuno da visitare, l'ho  semplicemente trascorso qui a Nyahururu tra i bambini del Talitha Kum, quelli dei nostri centri e i ragazzi di strada: alla fine sono loro la mia famiglia qui in Kenya ed era con loro che mi sono sentita di festeggiare questo periodo così importante, nonostante molti colleghi mi avessero invitata a trascorrere le feste con loro e le loro famiglie.

All'inizio, un po' per la stanchezza accumulata nel corso dell'anno e un  po' perché si sa, sono in questi momenti che ti accorgi di essere un po' fuori posto, ero partita un po' giù di corda, un po' malinconica e nostalgica ma ben presto mi sono resa conto del grande dono ricevuto: l'opportunità di celebrare un Natale speciale, unico ma soprattutto vero.
Ogni anno il 24 dicembre il St Martin organizza la Veglia di Natale in town con tutti i ragazzi di strada ma quest' anno si è deciso di fare una piccola modifica al programma e di andare con loro nella prigione di Nyahururu in modo da poter coinvolgere così anche tutti i carcerati, compresi quelli di altre fedi. Convincere i ragazzi di strada a passare un pomeriggio intero in carcere non è stato all'inizio semplice per via del rapporto per niente amichevole che c'è tra loro e la polizia né, allo stesso tempo, dall' altro lato, convincere i responsabili del carcere a farli entrare e a dar loro fiducia ma alla fine entrambe le parti, convintesi dell' importanza della cosa, sono riusciti a mettere da parte i loro dissapori e a riunirsi insieme per celebrare il Natale. Cari amici vi assicuro, è stata la Veglia di Natale più bella a cui io abbia mai partecipato. Celebrarla in mezzo agli ultimi della società, a coloro che sono rigettati, disprezzati ed emarginati da tutti, in un modo molto semplice, senza addobbi, bei vestiti, senza una bella chiesa che fa da cornice al tutto … colleghi che hanno rimandato la partenza per poter essere presenti e condividere questo momento con tutti noi, ragazzi, bambini e famiglie di strada che per partecipare alla Messa e festeggiare il Natale con noi hanno resistito alla tentazione delle droghe ma soprattutto di rimanere in strada a guadagnare qualche soldo per potersi pagare la cena, i carcerati che hanno aderito alla cosa con gioia e all'unisono nonostante molti di loro appartenessero ad altre religioni, le guardie del carcere che erano presenti nonostante non fossero di turno… non è spiegabile. Ho subito pensato che se anche noi in Italia tornassimo qualche volta all'essenziale… quante cose ci perdiamo! Ci lasciamo distrarre da un sacco di cose senza alcuna importanza!

Il giorno di Natale invece è iniziato molto presto ma amici, che gioia! Sono stata svegliata verso le 6:30 del mattino da tutti e 60 i bambini del Talitha Kum che sono venuti a cantarmi "Merry Christmas" dalla finestra della mia camera subito dopo aver preso le loro medicine. Da lì è stata una festa continua: tra balli e canti siamo arrivati alle 22 senza neanche accorgercene! Sicuramente è stato un Natale insolito: faceva caldo, niente super pranzo né panettone, niente famiglia né amici di vecchia data ma l'allegria di questi bambini e la loro emozione nel celebrare un giorno così importante seppur senza alcun regalo sotto l'albero (anche perché non c'è neppure l'albero) non credo potrò mai dimenticarlo.

Subito dopo Natale ho deciso invece di andare a trovare gli amici di Ol Moran e anche lì ho travato un gran clima di festa. Ogni anno le suore organizzano una giornata dedicata a tutti i bambini. Tutti i bambini dei vari villaggi che vivono in quell'area sono invitati con le loro famiglie in Parrocchia a celebrare tutti insieme(pokot, turkana, somali, kikuyu, etc.) il Natale e l'arrivo del nuovo anno.  Tra canti e balli tradizionali (ogni famiglia doveva preparare qualcosa), torte e giochi, la giornata è trascorsa in un baleno: un semplice appuntamento per ricordare a tutti, in una zona dove gli scontri tra etnie sono di casa, quanto è bello vivere in pace e nel rispetto reciproco. L'anno nuovo invece con chi avrei potuto festeggiarlo se non con tutta la sua banda di giovani? Anche in questo caso ragazzi e ragazze di diversi villaggi ed etnie sono venuti in parrocchia a festeggiare il Capodanno: abbiamo ballato tutta la notte fino alle 8 del mattino e poi, quando ormai il sole era spuntato, piano piano se ne sono tornati tutti a casa.

Ecco cari amici una specie di cronaca del mio primo Natale in Kenya.
Vi abbraccio tutti e vi auguro un buon inizio anno! Colgo l'occasione ancora una volta per ringraziarvi tutti per il sostegno che in un modo o nell'altro mi avete dato in questo primo anno di Missione.

A presto

Alessia

Novembre

Ciao a tutti!
Come state?
Qui a Nyahururu tutto procede bene! Tra le fatiche e le soddisfazioni di ogni giorno come in ogni angolo di questo nostro mondo!
Da qualche giorno mi sono trasferita al Talitha Kum (casa dove vivono 60 bambini e adolescenti tra i 4 e i 17 anni, orfani e sieropositivi.. lo dico per chi non lo sapesse già!). Non è sicuramente il posto migliore per riposarsi (non appena arrivo a casa, stanca morta dopo una lunga giornata di lavoro, neppure il tempo di varcare il cancello di ingresso e subito mi saltano tutti addosso), ma senza dubbio è il posto migliore dove celebrare la vita! Con i loro sorrisi, i loro canti, il loro correre qua e là e le loro attenzioni.. boh, tutta la fatica e le difficoltà se ne vanno in un attimo. Anche quando vengono a svegliarmi di domenica alle 6:30 del mattino solo per augurarmi una buona giornata non è possibile lamentarsi: a loro tutto è concesso!
Non è stato facile per me cambiare di nuovo ma amo questi bambini e sono felice di avere l’ opportunità di poter passare più tempo con loro, soprattutto adesso che le vacanze si avvicinano e mi trovo per la prima volta a doverle passare da sola, lontana da casa. Pensare che molti di loro non ricordano neanche l’ ultima volta che le hanno passate in famiglia!
Da un mesetto ho anche ripreso le lezioni di arte nei centri per bambini di strada e vittime di abusi, che avevo interrotto per via dei lavori di ristrutturazione degli edifici. I bambini imparano e migliorano in fretta ed è estremamente incoraggiante lavorare con loro. Stanno cercando di destreggiarsi tra le storie tradizionali delle diverse culture del loro paese: il tribalismo qui in Kenya è molto sentito, anche tra i bambini e per questo abbiamo pensato di utilizzare l’arte per educare alla pace e al rispetto. Ogni tanto mentre disegnano mi fermo a guardarli e rifletto sui posti e le situazioni da cui provengono: è da non credere il lungo percorso (fisico, emotivo e psicologico) che tutti loro hanno fatto per arrivare al punto in cui si trovano adesso. Le difficoltà e le sfide della vita sono state e sono tuttora tante per ognuno di loro ma ciò nonostante non si lasciano mai scoraggiare. Il loro obiettivo è sempre lì, fisso nelle loro menti e davanti ai loro occhi: la felicità! D’altra parte non è ciò che cerchiamo tutti!
Anche questa volta ad ogni modo non voglio dilungarmi troppo con riflessioni personali ma vorrei dare più spazio alle storie di questi bambini piuttosto che a me stessa. Credo ne valga la pena: sono molto più eloquenti. Intanto vi saluto tutti cari amici e vi abbraccio!
Alessia
  

"Il mio nome è John. A dir la verità John non è il mio vero nome ma preferisco scrivere così. Quand’ero piccolo ero sempre ammalato. Nel 2004 mia madre è morta di AIDS e mi ha lasciato da solo con mio padre. Non si prendeva per niente cura di me e un giorno decise di mandarmi via di casa. Andai a vivere con mia nonna. Quand’ero in quel villaggio la gente non mi voleva bene per niente e non volevano neppure che gli passassi vicino perché ero sieropositivo. Un giorno un volontario del St. Martin è venuto a casa e ci ha detto che potevo andare a vivere in un casa a Nyahururu con altri bambini orfani e ammalati come me. Avevo davvero paura dell’ HIV. Dopo due anni che vivevo al Talitha Kum, ho ricevuto un giorno una lettera di mio nonna dove diceva che anche mio padre era morto di AIDS. Mi sono sentito così solo in quel momento. Quando venne il momento del funerale, quel giorno ero molto debole ma allo stesso tempo ero anche molto arrabbiato perché in quel momento ho realizzato che tutti gli esseri umani nati da una donna devono morire. Quando vivevo a casa con i miei nonni non andavo a scuola. Ero solito passare le mie giornate aiutandoli o in casa o nei campi. Da quando però sono arrivato al Talitha Kum ho iniziato ad andare alla Nyahururu Primary School e molte persone si sono prese cura di me e mi hanno aiutato in molte cose. Adesso sono al sesto anno e sono quinto in graduatoria su sessanta bambini".


"Mi chiamo Maina e vengo da un villaggio chiamato Kiangolu a Kiamariga, non lontano da Nyahururu ma sono nato a Nanyuki. Un giorno quando ero ancora a Nanyuki, mia madre disse a me e a mio fratello maggiore che dovevamo lasciare la nostra casa e andare a vivere dalla nonna a Kiamariga. Non ci ha detto il perché ma senza lamentarci troppo abbiamo preso le nostre poche cose e ci siamo spostati. Là abbiamo iniziato ad andare a scuola. Quando ero al settimo anno della scuola primaria, mio fratello Jackson ha iniziato a stare sempre più male e un giorno, durante le vacanze, morì. Dopo la sua morte, mia mamma ha iniziato ad essere sempre più triste e un giorno anche mia mamma ha iniziato a stare male come Jackson. È andata dalla stessa dottoressa, Ann, all’ ospedale di Nyahururu da cui anche mio fratello era solito andare. Dopo soli due mesi anche mia mamma morì. Una delle ragioni era la tubercolosi ma se si era presa la tubercolosi è solo perché quell’ altra malattia, quella più brutta di tutte (l’AIDS) l’aveva resa debole. Morì all’ ospedale di Nyahururu al reparto numero 2. Io sono rimasto allora a casa con la nonna e uno zio. Mia nonna era molto buona e da quando mia mamma è morta, si è sempre presa cura di me. Anch’ io ho iniziato ad andare all’ ospedale di Nyahururu ogni mese da Ann per parlare un po’ e per controllare che tutto fosse a posto. Ho anche iniziato a prendere le stesse medicine di mio fratello e di mia mamma: non credo di essere ammalato come loro, credo me le diano solo per prevenire. Mio zio però non ci ha mai voluto bene fin dall’inizio perché diceva che eravamo sieropositivi e tante altre brutte cose. Quando mia mamma e mio fratello sono morti, ha iniziato a diventare molto cattivo con me e ha cercato tante volte di costringere mia nonna a mandarmi via da quella casa. Un giorno è tornato a casa ubriaco e ha iniziato a picchiarmi così tanto che sono scappato, ho preso il primo matatu e ho detto all’ autista di portarmi all’ospedale di Nyahururu da Ann, l’unica persona che conoscevo. Mia nonna aveva cercato di difendermi ma mio zio ha picchiato anche lei. Dopo averle raccontato tutto, Ann ha chiamato il St. Martin. Adesso sono al DIC e vivo con altri bambini. Alcuni di loro vengono dalla strada, altri da altre parti ma sono tutti molto simpatici e gentili. Non si lamentano mai se il maestro mi dà da mangiare qualcosa di diverso da loro o se mi dà ogni tanto un bicchiere di latte, sanno che devo prendere delle medicine perché altrimenti potrei ammalarmi e quindi capiscono."

Ottobre

Carissimi amici,
Questo mese il St. Martin ha celebrato come ogni anno la giornata dei volontari. È stato un modo per ringraziare tutti coloro che lavorano sodo ogni giorno nell’anonimato e nei villaggi più sperduti nei distretti del Nyandarua e Laikipia per le persone più vulnerabili del loro paese. Questi volontari sono la nostra ricchezza, sono le nostre "spie"! Senza di loro il St. Martin potrebbe fare ben poco. I territori sono immensi, i beneficiari sono infiniti e sarebbe impossibile per noi gestire il tutto da soli. Tutte queste persone (uomini, donne, anziani, giovani, cattolici, protestanti, musulmani, etc) riescono ad essere i nostri occhi, le nostre orecchie e anche le nostre braccia là dove noi non arriviamo.
Sono stati organizzati due appuntamenti in modo tale da poter coprire tutte le zone in cui il St. Martin opera e di conseguenza tutti i posti dove si trovano i nostri volontari. Tutto lo staff si è diviso in 5 gruppi e ogni gruppo era incaricato di una certa area. La celebrazione è iniziata, la domenica, durante la Messa in diverse Chiese (cattolica, protestante, pentecostale, etc.) durante le quali è stato presentato da alcuni membri dello staff il tema dell’ anno: "Un ponte è abbastanza?". Grande domanda! A volte crediamo davvero di sapere quali siano i bisogni delle persone e di aver la soluzione in mano. Vediamo un poveretto per la strada, gli diamo qualche monetina, pensiamo di aver risolto il problema e ci sentiamo a posto con noi stessi. Hanno davvero bisogno i disabili solo di un po’ di fisioterapia? Sono abbastanza le medicine per i bambini malati di AIDS, un chapati per il ragazzo di strada, un po’ di analisi per una ragazza abusata? Più lavoriamo con tutte queste persone e più ci rendiamo conto che puoi anche soddisfare i loro bisogni immediati, puoi guarire i loro corpi ma per alleviare le sofferenze dei loro cuori .. la strada è molto più lunga! Dopo la liturgia c’è stato un momento di condivisione di storie ed esperienze, un po’ di canti e balli e infine abbiamo pranzato tutti assieme.

Mi rendo sempre più conto cari amici di quanto sia bella la gratuità. Fare qualcosa non solo perché ci viene chiesto o perché ne siamo obbligati ma semplicemente perché lo vogliamo non ha prezzo! Credo che le mie più belle esperienze e le più grandi soddisfazioni della mia vita siano venute tutte dal volontariato: in Italia così come qui in Kenya. I soldi ci rendono solo schiavi degli eventi ma il volontariato ci rende liberi! Qui di seguito vi scrivo la preghiera del St. Martin con cui ogni martedì mattina iniziamo la settimana, più o meno tradotta fa così:

"Padre nostro,
allontana da noi ogni egoismo e rendici pronti a donare liberamente così come liberamente abbiamo ricevuto.
Gesù nostro fratello,
lasciaci seguire il tuo esempio,
prendendoci cura di chi ne ha bisogno,
ricordandoci sempre che il più grande è colui che serve di più e che il primo è l’ultimo di tutti.
Spirito d’ Amore,
legaci insieme contro colui che cerca di dividerci,
e garantiscici perdono e misericordia.
Ti ringraziamo Signore per la gioia di condividere le nostre vite con i poveri
e perchè guarire i nostri cuori."
(Preghiera comunitaria del St. Martin)


Un abbraccio a tutti e a presto!

Alessia

Settembre

Carissimi tutti,
come state?
Questa volta, invece di raccontarvi il Kenya, Nyahururu e il St. Martin dal mio punto di vista, vorrei darvi l’opportunità di accostarvi a questo mondo attraverso gli occhi e la sensibilità di alcuni dei bambini con cui trascorro gran parte delle mie giornate. Nessuno è più adatto di loro! Chi meglio di loro può raccontarvi che cosa vuol dire essere un bambino di strada o un bambino orfano e sieropositivo? Prima di lasciare spazio alle loro storie, che vi traduco letteralmente dall’inglese così come sono per non snaturarle, colgo comunque l’occasione per ringraziare tutti voi per l’amicizia e il sostegno che mi avete dato in questi mesi; non sono tanto brava a parole ma vi sono davvero molto grata!


Il primo ragazzino si chiama Joseph ed è uno degli ospiti del nostro centro di riabilitazione per bambini di strada (Rehabilitation Centre).

"Sono finito in strada nella cittadina di Nyahururu quando avevo più o meno dieci anni con altri tre dei miei fratelli. A nostra madre non gliene è mai importato più di tanto di noi e così, meglio andarsene da casa e cercare di arrangiarsi in qualche altro modo. Dopo solo un paio di mesi ho iniziato subito a sniffare colla e a fumare come tutti gli altri bambini e ragazzi con cui mi sono ritrovato a condividere la mia vita da un giorno all’ altro. Sono andato avanti in questo modo ogni giorno fino a quando avevo tredici anni, ovvero sino a quando alcune persone del St. Martin  mi hanno portato per la prima volta in uno dei loro centri per bambini di strada che si chiama Drop in Centre a Maina, baraccopoli di Nyhahururu. Dopo solo due settimane però non ce la facevo più a restar là e così me ne sono tornato un’altra volta in strada. Mi mancava la mia vita senza regole. Ho ricominciato immediatamente a sniffare colla e tutto il resto perché questa è la vita dei ragazzi di strada, questo è il solo modo per sopravvivere lì fuori. Mi procuravo qualche soldo per mangiare rubando pezzi di metallo, pentole, raccoglitori vari, piatti, tazze, ruote di macchine o biciclette e cose del genere da poter rivendere. Un giorno sono stato preso da una signora che mi ha offerto di lavorare per lei: dovevo pascolare le sue mucche per 500 scellini. Ho lavorato per lei per due mesi fino a che il capo del villaggio non se ne è accorto. Un giorno mi ha fermato per la strada e mi ha detto che tutti i bambini dovevano andarsene a scuola e non a pascolare mucche e così sono scappato via e me ne sono tornato in strada a sniffare colla. Avevo 14 anni a quel punto. Continuai ancora un po’ con la stessa vita, sniffando colla, dormendo per le strade, rubando e cercando cibo e cose da rivendere nei bidoni delle immondizie. Tutto questo fino a che, un giorno, non mi sono rotto la mano sinistra. Mi faceva un male tremendo e così decisi di andare al St. Martin a chiedere aiuto. Non potevo andare all’ospedale perché lì non ti curano se sei un ragazzo di strada e non hai i soldi per pagare. Quando sono arrivato agli uffici del St. Martin però gli ho trovati chiusi perché era domenica. Per fortuna però la mattina dopo alcune persone del St. Martin sono arrivate e mi hanno trovato lì per terra, che dormivo fuori dal cancello. Mi hanno chiesto allora che cos’era successo e io spiegai loro ogni cosa e gli chiesi di aiutarmi. Mi hanno portato così subito all’ ospedale dove mi hanno trattato e curato molto bene. Subito dopo, nonostante fossi molto sporco, quelli del St. Martin mi hanno riportato lo stesso al Drop in centre a Maina. Dopo circa sei mesi, quando hanno visto che ero migliorato nei miei comportamenti e che davvero mi ero deciso a cambiar vita, sono stato trasferito al Rehabilitation Centre dove sono tuttora. Adesso sto aspettando che mia mamma mi riaccetti a casa con lei. Sono un bravo ragazzo ma lei non mi crede. Dice che adesso vive bene senza di me e i miei fratelli, abbiamo sempre avuto qualcosa che non andava secondo lei e così,  per questo motivo, non vuole avere di nuovo complicazioni nella sua vita."


La seconda storia è quella di Christine, una delle ragazzine del Talitha Kum, casa per bambini orfani e sieropositivi.

"Sono nata nel 1996 in un posto che si chiama Rumuruti. I miei genitori si chiamavano Lucy e Sospita Lopiyok. Non sono una Kikuyu come la maggior parte degli altri bambini del Talitha Kum ma sono una Turkana. Ho vissuto con i miei genitori per tanto tempo fino a che, non so che cosa è successo, ma tutti e due si sono ammalati di HIV/AIDS. Un giorno mio padre tornò a casa dal lavoro che stava malissimo e dopo pochi giorni morì. Io e mio fratello siamo rimasti con nostra madre ma dopo poco tempo anche lei ha iniziato a stare male al punto che non riusciva neppure più a darci da mangiare perché era sempre troppo debole per poter cucinare. Dopo mio padre, anche il mio fratellino minore morì della stessa malattia e mia madre era sempre più ammalata. È stato davvero doloroso. Mia nonna allora decise di prendermi in casa con lei. Dopo solo alcuni giorni anche mia mamma morì e così io rimasi definitivamente con mia nonna anche se capitava spesso che dormissi a casa da sola. Un giorno un uomo dal St. Martin, non so come, venne a sapere della situazione e venne a farci visita a casa. Parlò con mia nonna per diverso tempo e alla fine le consigliò di portarmi all’ ospedale di Nyahururu per farmi fare il test per l’ HIV. Il giorno dopo andammo a Nyahururu e dopo due giorni ci tornammo per prendere i risultati del test. In quel momento scoprii di essere sieropositiva e sin da subito mi sforzai di accettare il modo in cui ero. Nel momento stesso però in cui arrivai a casa, mia nonna si rifiutò di vivere ancora con me perché mi disse che non avrebbe mai potuto accettare la mia malattia e così quello stesso giorno mi scacciò di casa. Io non volevo andarmene da lì perché non sapevo dove altro andare ma mia zia, che viveva nella stessa casa, mi minacciò con un coltello. Mi avrebbe uccisa se non fossi scappata subito da quel posto. Sono stata così accolta dai vicini di casa ma solo perché loro non sapevano nulla della mia malattia. Ma siccome Dio mi ama, ne sono sicura, dopo pochi giorni mandò lo stesso uomo del St. Martin a controllare la situazione e quando lui si rese conto di ogni cosa convinse mia nonna a portarmi al Talitha Kum. Era il 17 aprile del 2006 e quel giorno ero davvero felice di andarmene da lì e di iniziare una nuova vita a Nyahururu, al Talitha Kum, circondata da persone che mi amano per quello che sono."

Un abbraccio e a presto
Alessia

Agosto

Amici,
come state?

Qui a Nyahururu la pioggia non ci dà tregua (da quando sono arrivata a gennaio, credo non abbia mai smesso se non per pochi giorni) ma dopo gli ultimi due anni di siccità, inutile dire che è PROIBITO lamentarsi! Il grande flusso dei visitatori qui al St. Martin non è ancora finito e per cui si può ancora respirare un po'd'Italia anche da queste parti!
Da questo mese sono nel programma per bambini di strada e in situazione di disagio (CPSNC – Community Programme for street and needy children) "a tempo pieno": che dire, non potrei essere più contenta! Ogni giorno è una sfida e ogni giorno torno a casa arricchita dall'incontro con questi bambini e giovani così speciali ma dalle vite così turbolente. È già qualche mese che bazzico tra questi ragazzini ma da adesso avrò l'opportunità di andare un po'più a fondo e di capire meglio loro (le loro situazioni, le realtà da cui provengono,etc.) e come il St. Martin affronta questo grande dramma dei chokora, come sono chiamati da queste parti i ragazzi di strada (letteralmente significa "spazzatura") e di tutti quei minori vittime di abusi, violenze, povertà, abbandono e quant'altro, i cui diritti sono ancora troppo spesso violati. Tante sono le attività del CPSNC: home visits e follow-ups per i bambini che sono nei nostri centri in attesa di essere riabilitati o per coloro che ci sono passati(controlli periodici delle loro famiglie d'origine e/o delle famiglie affidatarie), street work sia di giorno che di notte per assistere tutti quei ragazzini e giovani che si rifiutano di lasciare la vita di strada e per monitorare la situazione (nuovi arrivi, casi a rischio, violazione dei loro diritti, etc.), corsi vari per formare i membri dello staff, gli insegnanti, i volontari e le famiglie che decidono di accogliere questi bambini disagiati su diversi argomenti (diritti umani, abuso di alcol e droghe, HIV/AIDS, gestione dell'affettività, leggi, etc.), sessioni di counseling e assistenza per bambini ritenuti potenziali bambini di strada con lo scopo prevenire il fenomeno e molto altro. Ecco quindi che, come vedete, non c'è certo da annoiarsi qui in Kenya!
Qualche giorno fa sono stata a Gatimu (un posto non lontano da Nyahururu) con Macharia, un collega del programma, per un follow-up di un ragazzino segnalatoci da alcuni volontari. Il suo nome è Mausa, ha 14 anni ed è di una dolcezza ed intelligenza disarmanti. Qualche settimana fa ha dovuto assistere ad una delle scene più brutte che un bambino possa vedere: la mamma, dopo una brutta litigata, ha ucciso il marito amputandogli entrambe le braccia e le gambe e lasciandolo morire dissanguato davanti al figlio. Come se non bastasse, accortasi della presenza di Mausa, ha deciso di chiudere a chiave il marito e il figlio in casa e di incendiare tutto, simulando così un incidente ed eliminando ogni prova e testimone. I vicini di casa però, sentite le urla, sono riusciti a salvare il ragazzino passando per la finestra ma per il padre ormai non c'era più nulla da fare. La madre e tutta la sua famiglia sono scappati e nessuno ha idea di dove siano finiti e Mausa è stato portato dalla famiglia paterna. Ovviamente il bambino è completamente sotto shock; non riesce più a svolgere nessun tipo di attività per via di quelle immagini così dolorose che continuano a tormentare la sua mente. Come se non bastasse per questo suo improvviso calo di rendimento (prima dell'incidente era il primo della classe), è stato pure espulso da scuola per presunta "pigrizia e negligenza". La nonna e gli zii se ne stanno davvero prendendo cura e cercano ogni giorno di fare del loro meglio per aiutarlo a superare questo momento così difficile ma Mausa ha qualcosa di troppo pesante nel cuore. Così si è deciso di mobilitare tutta la comunità affinché tutti possano dare il loro contributo nell'aiutare Mausa a riprendere in mano la propria vita e ad andare avanti: insegnanti prima di tutto!
Il giorno dopo di questa home visit, un mercoledì, è stato organizzato un incontro a Maina (slum di Nyahururu) con dei bambini ed alcuni adolescenti della zona che ci sono stati segnalati, sempre dai nostri volontari, come potenziali bambini e ragazzi di strada per via delle situazioni difficili in cui vivono quotidianamente in casa. Povertà, violenze domestiche, abuso di alcol e droghe da parte dei genitori, negligenza.. questi sono in genere i motivi che li spingono a preferire la vita in strada piuttosto di quella in famiglia. Abbiamo parlato loro essenzialmente dei diritti dei minori, dei punti di riferimento a cui si possono rivolgere in caso di bisogno, dell'importanza di un educazione, etc. Alla fine alcuni di loro sono venuti a parlarci delle loro situazioni familiari e sono stati inseriti nel nostra lista di casi da monitorare con frequenza in via preventiva. 

Sabato invece, c'è stato un bel evento mondano nella cittadina kenyota: il matrimonio di uno dei business man più in vista di tutta Nyahururu! Alla mattina abbiamo ricevuto una telefonata in ufficio da parte del chief (capo) di Nyahururu in cui ci chiedeva di andare al matrimonio a controllare tutti i bambini e ragazzi di strada (dal momento che lavoriamo con loro e li conosciamo tutti quanti), che di certo si sarebbero presentati al banchetto, per evitare che spaventassero gli invitati con i loro abiti sporchi, le bottigliette di colla, i loro comportamenti non proprio principeschi e quant'altro. Infatti qui in Kenya le feste sono pubbliche, chiunque vi può partecipare anche senza invito e per questo, quando si sparge la voce di questo tipo di eventi in città, non c'è verso di evitare questa invasione e quest'assalto selvaggio da parte di tutti coloro che sono soliti sopravvivere con ciò che trovano nella spazzatura. Abbiamo avuto una lunga discussione in ufficio sul da farsi. Era giusto andare a controllarli? Con che diritto dovevamo andar lì a dirgli cosa fare, dove andare e come avrebbero dovuto comportarsi? E poi in fin dei conti non sono figli del St. Martin tutti quei ragazzi, ci siamo detti, ma dell'intera comunità. Dopodichè invece abbiamo visto in questa richiesta, la possibilità di aiutare i nostri giovani a far si che la società cominci pian piano ad abbandonare ogni pregiudizio nei loro confronti e a guardarli con rispetto e così alla fine io e Macharia siamo stati incaricati di andare con tutti i nostri cari chokora a questo tanto famoso banchetto di nozze. È stato un successo! Tutti loro hanno cercato di fare del loro meglio per arrivare presentabili (si sono prodigati per ripulirsi un po'e hanno indossato i loro vestiti migliori), si sono liberati delle bottigliette di colla (le hanno nascoste tra i cespugli fuori dall'ingresso) e per tutto il tempo sono riusciti a mantenere un comportamento composto, a rispettare la fila per ricevere il cibo e ad accettare senza lamentarsi ciò che veniva loro chiesto dal servizio d'ordine (gli è stato chiesto di mantenere le distanze dal resto degli invitati). Tutti si aspettavano da loro scenate, risse, assalto al cibo ma alla fine niente di tutto ciò è successo e la gente è rimasta davvero stupita. C'è ancora molto da fare per far si che questi ragazzi vengano realmente accettati dalla comunità (non è stato per loro possibile ad esempio mescolarsi con il resto degli invitati) ma per lo meno il primo passo è stato fatto: ora tutti sanno che questi ragazzi non sono poi così male, che non tutti loro sono violenti, pericolosi e criminali ma che sono semplicemente giovani dalla vita difficile.
A presto
Alessia

Luglio

Luglio

Carissimi!
Mentre in Italia è arrivata l'estate e si boccheggia dal caldo, qui a Nyahururu si congela. Mentre lì tutti si preparano per andare in vacanza, qui in Kenya è un periodaccio: luglio ed agosto sono i mesi in cui il lavoro si moltiplica giorno dopo giorno. In queste ultime settimane qui al St. Martin sono arrivati molti visitatori soprattutto italiani e così ho per un po' interrotto le altre attività per cercare di accompagnarli il più possibile in questa nuova avventura africana. Ogni volta che li guardo, in particolare i gruppi di giovani, non posso certo non ricordare che tre anni fa ero una di loro. Da lì, da un semplice viaggio di conoscenza, la mia vita è completamente cambiata, da una piccola opportunità che mi è stata offerta ne è arrivata un'altra molto più grande. Come tutti questi ragazzi, sono venuta qui in Kenya senza troppe aspettative, senza avere la minima idea di che cosa avrei trovato in questo nuovo continente che tanto affascina quanto a volte spaventa per diverse ragioni. Da qui invece, quasi per magia, mi si è aperto un mondo. Non so tutt'ora come sia stato possibile ma davvero, da quel momento, tutto in me è cambiato. Negli ultimi tra anni, quand'ero in Italia, il Kenya è stato un pensiero costante e adesso… eccomi qua, ancora non mi sembra vero ma sono una residente keniana! Ogni giorno mi sveglio impaziente di iniziare una nuova giornata e ogni giorno vado a dormire serena, soddisfatta della giornata appena trascorsa. In questi 6 mesi poco più, non c'è mai stato un giorno uguale ad un altro, non c'è mai stato un giorno di noia, nostalgia.. non c'è mai stato un giorno in cui avrei voluto tornare a casa. A volte, nel bel mezzo di qualche attività, mi prendo qualche secondo di tempo per guardarmi attorno, per guardare in faccia i colleghi del St. Martin, i beneficiari dei nostri programmi, le situazioni in cui mi trovo immersa ogni giorno e subito mi rendo conto di quanto io ami queste persone e di quanto mi senta felice qui. Mi reputo davvero una privilegiata a poter condividere con tutti loro questa parte della mia vita, credo che se avessi rinunciato a questa esperienza, mi sarei lasciata scappare una grandissima opportunità di crescita. Non è facile da spiegare cari amici, quando i visitatori mi chiedono cosa mi ha spinto a venire qui, riesco solo a rispondere "La gente".. tutt'ora non riesco a capire qual è il loro segreto ma vi assicuro, se mai avrete la stessa fortuna di poter venire da queste parti lo capirete! Ecco, quando guardo questi visitatori, dentro di me mi auguro possano provare tutto questo, mi auguro riescano a farsi travolgere da tutte queste emozioni e spero possano tornare a casa con una marcia in più!
In questi giorni poi il Kenya si sta preparando al referendum del 4 agosto: tutti i cittadini sono chiamati a votare per la nuova costituzione. La gente è divisa a metà: c'è chi è totalmente entusiasta perché finalmente il proprio paese potrà allinearsi agli altri paesi del nord del mondo con una costituzione di stampo democratico come questa e chi invece, come la Chiesa, è totalmente contrario soprattutto perché in essa si legalizzano l'aborto e la possibilità per tutti i musulmani di poter essere giudicati secondo la legge islamica. Ovviamente questo è solo un accenno, la situazione è sicuramente più complessa e delicata. Ho cercato di leggermi questo documento e di capirci un po' di più anche con l'aiuto di alcuni colleghi del St. Martin ma devo ammettere che ho ancora qualche difficoltà a capire quale potrebbe essere per il Kenya la soluzione migliore: entrambe le parti hanno delle valide motivazioni per appoggiare o rifiutare questa nuova costituzione. Lo scorso giovedì sono stata pure con tutti i bambini e gli insegnanti dei nostri centri ad ascoltare il discorso del presidente Kibaki allo stadio di Nyahururu che promuoveva il SI.
Tutto lo staff del CPANV (Programma comunitario della non violenza attiva e dei diritti umani) del St. Martin in queste ultime settimane si è riunito invece diverse volte per preparare una specie di manuale sui diritti umani da utilizzare nei workshop per la formazione dei volontari, che si terranno poi tra agosto e settembre nei villaggi più sperduti del Nyandarua e di Laikipia (i due distretti in cui il St. Martin opera). A che cosa serve avere una bella costituzione se poi la maggior parte delle persone del Kenya che vivono nelle zone rurali, al di fuori delle grandi città, non hanno accesso alle informazioni e non sono a conoscenza dei loro diritti? A che cosa servono delle gran belle leggi se poi non c'è nessuno che si impegna a farle rispettare? Leggere nei questionari che abbiamo fatto compilare di recente alla gente dei vari villaggi che i diritti delle donne, dei bambini e dei disabili sono ancora percepiti in molte aree del paese come qualcosa di superfluo o ancor peggio di sbagliato fa il suo effetto. Il 16 giugno in tutti i paesi africani si è celebrata la giornata del bambino africano con lo scopo di ricordare a tutti quanti bambini soffrano ancora in questo grande continente e per sensibilizzare l'opinione pubblica riguardo ai diritti dei minori. Si è scelta questa data in ricordo di un episodio accaduto negli anni Settanta in Sudafrica quando centinaia e centinaia di bambini africani sono stati massacrati dai bianchi solo perché protestavano contro l'apartheid; l'unica cosa che chiedevano era quella di poter frequentare le stesse scuole dei bambini bianchi. 
Con questo carissimi vi saluto, buone vacanze e a presto!
Alessia

Giugno

Eccomi qua di nuovo amici,
un po' in ritardo, ma sono tornata!
Come state?
Questo mese ho fatto davvero molte cose ma adesso come adesso mi riesce un po' difficile ad essere sincera parlarvene. Spero mi scuserete ma questa lettera la vorrei dedicare ad una persona speciale. Vorrei raccontarvi di una ragazzina che ho avuto il piacere di conoscere in questi mesi e che davvero mi ha toccato il cuore.
Ieri notte è morta una delle bambine più grandi del Talitha Kum, Zipporah e la cosa devo dire mi ha non poco mortificata. Per quanto tutti noi sappiamo come stiano le cose e conosciamo molto bene le situazioni di tutti questi bambini, ahimè, quando ci si presentano davanti realtà come queste .. è comunque molto dura! Zipporah aveva solo 15 anni ed era dal 2006 che viveva al Taltha Kum. Sin da quando è arrivata, la malattia era già ad uno stadio avanzato perché a differenza degli altri bambini della casa, aveva già contratto il virus dell' AIDS. Nonostante tutto Zipporah era di una forza e una dolcezza disarmanti. Per chi l'ha conosciuta, il suo sorriso non poteva certo passare inosservato: occupava metà del suo viso! Era a conoscenza della gravità della propria situazione: un po'perché non era più una bambina e un po' perché prima di essere accolta al Talitha Kum aveva visto morire davanti ai propri occhi la madre, il padre e le due sorelle della stessa malattia. In ogni caso non si perdeva mai d'animo: a scuola era una studentessa modello e a casa una lavoratrice assidua. Per tutti gli altri bambini del Talitha Kum era un' amica, una sorella maggiore e un po' la loro mamma. Era un punto di riferimento per tutti: per le suore che vivono con loro, per le persone che lavorano lì e sicuramente anche per me. Non posso certo dimenticare che al mio arrivo a gennaio, è stata la prima ad accogliermi a braccia aperte e con un gran sorriso mi ha detto: "Benvenuta al Talitha Kum Alessia, questa adesso è la tua nuova casa! So cosa vuol dire essere soli ma non ti preoccupare, adesso ci siamo noi qui con te e ci prenderemo cura di te ogni volta che ne avrai bisogno". Molte volte nel corso di questi mesi è stata male: era spesso debole e vulnerabile e così bastava poco, un raffreddore e un po' di tosse, per debilitarla totalmente e costringerla a restarsene a letto. Qualche mese fa, mi ricordo, stava male e così decisi di andarla a trovare: amava disegnare e così mi chiese di dedicare solo a lei quel pomeriggio. Ci siamo chiuse a chiave nel biblioteca del Talitha Kum per non essere disturbate dagli altri bambini e abbiamo passato molte ore sole, io e lei, a chiacchierare e a disegnare. Mentre mi parlava del suo passato e mi raccontava la sua storia ad un certo punto si fermò e dopo qualche momento di silenzio mi chiese di disegnarle un' abito da sposa. Dopo poco aggiunse: "Lo sai Alessia, so bene che non mi sposerò mai perché non vivrò abbastanza a lungo ma a volte mi piace immaginare come sarebbe stato il mio matrimonio se non fossi stata ammalata". Zipporah era davvero meravigliosa e mi mancherà davvero. Le ultime ore della sua vita ha sofferto moltissimo: non era più in grado di vedere, di riconoscere le persone che le stavano attorno e di controllare il proprio corpo. Urlava dal mal di testa e non riusciva più a muovere un solo muscolo ma comunque aveva una grande fede che l'ha aiutata a non avere troppa paura. La mattina seguente, abbiamo dovuto dare la notizia a tutti gli altri bambini della casa. Mi è stato chiesto di aiutare i colleghi del St. Martin, incaricati della cosa, ad alleggerire la situazione .. per tutti quei bambini è un po' una festa quando vado a trovarli e così .. Questo doveva essere il mio compito ma in realtà, non so come sia possibile, è successo l'esatto contrario. Mentre cercavo di consolarli mi sono accorta che erano loro a cercare di alleggerire il peso che sentivo dentro di me. I più piccoli non si sono tanto resi conto dell' accaduto ma i più grandi mi hanno lasciata senza parole. Dopo aver pianto a lungo, hanno ripreso le normali attività della casa. Hanno messo in ordine i vestiti di Zipporah e tutte le sue cose. "Il Signore l'ha amata molto quand'era qui con noi e adesso se ne prenderà cura ancora meglio che se l'è portata lì con lui. Non essere triste" – mi ha detto Phylis – "Zipporah adesso sta bene e sono sicura che vuole vederci felici". È sabato ci siamo subito dette, il giorno dei cartoni animati e se Zipporah fosse qui di sicuro vorrebbe vedere o Cenerentola o qualche altro cartone con quelle principesse dai bellissimi vestiti. Aggiudicato: questa sera si guarda "La principessa e il Ranocchio" perchè una bella principessa nera con un vestito simile a quello che avevo disegnato per lei quel giorno è proprio quello che ci vuole. La vita continua: al Talitha Kum ci sono altri 60 bambini bisognosi di cure, attenzioni ma soprattutto di essere amati.
Con questo cari amici vi saluto e vi abbraccio! A presto
Alessia

Maggio

Cari tutti,
eccoci arrivati al nostro appuntamento mensile! Come state?
Questa volta vorrei iniziare col raccontarvi un episodio che mi è capitato giusto qualche sera fa. Stavo aspettando agli uffici del St. Martin per andare, come ogni sabato sera, al Talitha Kum a mostrare un cartone animato ai bambini. Saranno state le 18 e a quell'ora tutti i colleghi se ne erano già tornati a casa. C'eravamo solo io e il watchman (il guardiano notturno) in un silenzio raro da trovare da queste parti. Ad un certo punto mi sono accorta che fuori dal cancello c'era un ragazzino seduto per terra. Ho subito pensato stesse aspettando qualcuno e così non c'ho fatto più di tanto caso. Nel frattempo è arrivato Maurice, abbiamo caricato il proiettore in macchina e stavamo quasi per partire quando mi sono accorta che il bambino era ancora lì, dopo quasi una mezz'oretta. Sono allora uscita dalla macchina e ho pensato di andargli a parlare, tanto per assicurarmi che fosse tutto ok. Quando gli sono stata un po' più vicina però, anche se era di spalle, l'ho riconosciuto subito: quel bambino era Wachira, uno dei ragazzini del D.I.C (uno dei centri per bambini di strada). Cari amici, non so spiegarvi che ansia mi è salita all'idea che fosse tornato in strada un'altra volta. Wachira è un bambino molto difficile, più di altri. Molto timido e riservato ma allo stesso tempo bisognoso di attenzioni. A quel punto inizia a raccontarmi di essersene andato dal centro perché aveva capito che anche lì a nessuno importava più di tanto di lui e così ha pensato che tanto valeva tornarsene in strada e vivere da solo. Dopo qualche giorno che vagava per la città di Nyahururu, sotto una pioggia senza sosta, ha iniziato però ad avere freddo, fame e ad avere paura per quello che poteva capitargli, soprattutto di notte e così ha pensato di venire agli uffici nella speranza di poter essere riammesso al DIC. Quando Wachira però è arrivato al St. Martin, l'ha trovato vuoto perché l'orario lavorativo era già finito e il week end iniziato. A quel punto cosa potevo fare, io, l'ultima arrivata? Ho chiesto subito allora il numero di qualcuno da chiamare per farmi dire come muovermi ma alla mia richiesta Maurice si è messo a ridere e mi ha ricordato che ci sono delle regole da rispettare e che per questo quel bambino era giusto che rimanesse lì dov'era almeno fino a martedì. Lì per lì veramente la mia testa si rifiutava di capire, com'è possibile che per seguire dei regolamenti si permetta ad un ragazzino di continuare a vivere sulla strada. Non mi sono data pace allora fino a che non sono riuscita a parlare con uno dei responsabili del programma per bambini di strada e a far riportare Wachira al DIC. Qualche giorno dopo vado al St. Rose (centro per bambine a rischio) ed è quasi deserto: le tre ragazzine più grandi hanno deciso di scappare quella stessa mattina. Tutto sembrava procedere nella normalità e a me sembrava allucinante che nessuno si mobilitasse per andarle a cercare. Sono andata allora a parlare con Esther, la coordinatrice del programma e l'ho trovata sola, in ufficio, a piangere. Era terrorizzata all'idea che potesse succedere qualcosa di brutto a Rose, Jane e Regina e cosa che la faceva ancor più soffrire era quel senso di impotenza che spesso ci viene a far visita e ci opprime. Più di denunciare la cosa alla polizia, sapendo sin dal principio che è cosa inutile (a chi interessa la cosa? Sono solo tre ragazzine come tante altre..), non è possibile fare. Andarle a cercare è totalmente senza senso perché potrebbero essere ovunque.. basta che abbiano preso un matatu (mezzo pubblico locale) e chi le trova più. Dopo qualche giorno sto passeggiando per la strada e chi incontro? Tre bambini del DIC di 7,8 e 9 anni di nuovo in strada. Tutti loro erano arrivati al centro solo qualche giorno prima dopo vari mesi che i nostri social workers lavoravano con loro per le vie di Nyahururu per convincerli e cambiare vita. Nel mio piccolo ho cercato anch'io quella mattina di convincerli a tornare al DIC ma com'era prevedibile senza successo. Mi hanno abbracciata, ringraziata e salutata. Cosa li spinga a scappare di casa e a preferire la vita di strada mi è molto chiaro (violenze domestiche, povertà, abbandono, etc.) ma cosa faccia loro preferire il tornarsene in strada a sniffare colla, a dover frugare nelle immondizie per poter mettere qualcosa sotto i denti, a soffrire il freddo e ad essere esposti ad ogni tipo di violenza piuttosto che continuare a vivere al sicuro nei centri dove hanno cibo, vestiti, degli insegnanti che si prendono cura di loro in attesa di trovare loro una famiglia disposta a accoglierli, per me rimane ancora un gran mistero. È vero amici, a volte a noi non è proprio dato capire. Sul più bello che credo ogni volta di essere sulla strada giusta, mi accorgo di non aver capito proprio niente. Ogni volta cerco di ricordarmi che sono io a non avere ancora le chiavi di lettura per capire a fondo le situazioni di qui ed è per questo che ogni volta mi sforzo di non giudicare ma mi ripeto che devo darmi solo il tempo per ascoltare e guardare. Mi fido dei miei colleghi e so che sono delle ottime persone e che si fanno in quattro per aiutare la propria gente a crescere. Sono convinta del fatto che conoscono meglio di me le situazioni nel loro paese e che sono in grado di pensare a delle soluzioni sicuramente più giuste ma a volte è così difficile. La scorsa settimana sono stata con Priscilla del CPSNC (Programma comunitario per bambini di strada e in situazioni di disagio) a far visita ad un altro Wachira, un bambino che per lungo tempo è stato prima al DIC e poi al REHAB e che da un mesetto è stato riabilitato e reinserito nella sua famiglia d'origine. Siamo state nella scuola primaria che ha ricominciato a frequentare per un colloquio con il direttore ed è stato così triste scoprire che nulla è cambiato. Samuel continua ad essere maltrattato e sfruttato dai propri genitori e a rimanere per giorni e giorni senza niente da mangiare. L'abbiamo trovato molto dimagrito, con un solo paio di pantaloni, una maglietta e un maglione blu (l'uniforme scolastica è l'unica cosa che possiede e senza la quale non potrebbe neppure andare a scuola) e così triste. Per tutto il tempo ha cercato nonostante tutto di difendere i propri genitori dicendo che in famiglia sono in tanti, che non c'è abbastanza cibo per tutti, che stanno facendo del loro meglio, che è giusto che lui lavori in casa perché è uno dei fratelli maggiori e così via... tutto questo con gli occhi pieni di lacrime. Prima di ritornarsene in classe ci ha solo detto: "Salutatemi tutti i bambini dei centri e dite loro di pregare tanto per me affinché possa continuare a studiare e ad essere forte e coraggioso". Il prossimo mercoledì ci sarà un incontro tra il direttore della scuola di Wachira, il capo villaggio, il consiglio degli anziani, i genitori del bambino e alcuni colleghi del St. Martin e cercheranno insieme una soluzione. Se fosse dipeso da me, in quel momento l'avrei portato via da là senza aspettare un secondo di più ma avrei fatto un grande errore perché come il St. Martin mi insegna ogni giorno la soluzione ad ogni problema è da ricercare "Solo attraverso la comunità". Prima di salutarvi colgo l' occasione per ringraziarvi tutti per la vostra vicinanza e il vostro sostegno. Vi ringrazio anche a nome di tutti qui per l'aiuto che ci state dando per i bambini del Talitha Kum .. sono tutti eccitati adesso all'idea di avere degli amici anche a Venezia, la città "piena di acqua"!!!
A presto!
Alessia

Aprile

Carissimi, 
come state?
Qui a Nyahururu tutto procede bene! Questa volta ho pensato che poteva essere molto più interessante per voi, più che leggere il solito "resoconto" mensile di ciò che sta combinando la sottoscritta quaggiù, iniziare un po' a conoscere le persone con cui trascorro le mie giornate e con cui lavoro fianco a fianco ogni giorno. Sono molte le storie come ben potete immaginare perché tanti siamo qui al St. Martin e nelle varie comunità, ma proprio per questo tanto vale cominciare!
Durante le vacanze di Pasqua, ho ospitato qui a casa 4 bambini del Talitha Kum. Tutti gli altri sono andati a casa di alcuni parenti per qualche settimana ma per loro invece non c' era nessuno disposto ad accoglierli. Dall' oggi al domani mi sono trovata di colpo a fare la mamma! Sveglia alle 6 perché alle 6:30 in punto tutti loro devono prendere gli antiretrovirali (così come alle 18:30). Sono tutti ad uno stadio della malattia diverso e per questo il tipo di pastiglie e le dosi variano (la media però è di 4 pastiglie alla volta per ciascuno). Il giorno che sono andata a prenderli al Talitha Kum una delle suore della casa, sister Anna, mi ha fatto un corso accelerato sui dosaggi e poi mi ha preparato una borsa della spesa con tutte le medicine; pensare che dei bambini così piccoli devono prendere tutte queste pastiglie e che lo devono fare con regolarità per tutto il corso della loro vita se vogliono un' aspettativa di vita maggiore, devo dire, mi ha fatto un certo che .. ma vedeste come sono bravi .. non un capriccio, non una lamentela! Devono poi mangiare molto durante i pasti sia per via delle pastiglie, sia per non essere troppo deboli e quindi esposti ad ogni sorta di malattia (per loro anche un semplice raffreddore può diventare un problema). Per fortuna in casa abbiamo Lucy, una signora fantastica che lavora da noi, anch'essa affetta da HIV e che proprio per questo conosceva meglio di me di sicuro quello di cui "i miei bambini" avevano bisogno. E poi organizzare le loro giornate, lavarli, fare il bucato, coccolarli tutti allo stesso modo (alla fine era questo lo scopo principale).. non posso certo dire di essermi riposata ma di sicuro posso dirvi cari amici che è stato bellissimo. Averli qui in casa e vederli felici, sempre con un gran bel sorriso stampato in faccia è stata davvero una gioia. Elizabeth, Victor, Njuguna e Keru sono stati una vera benedizione per me, i miei scacciapensieri in un periodo non proprio semplicissimo. Diciamo che sono stati più loro a far qualcosa per me più che io per loro. Elizabeth, a differenza della maggior parte degli altri bambini del Talitha Kum, ha ancora la mamma, che però è molto ammalata. La donna ha altri figli a cui pensare e per questo qualche anno fa ha preferito che Elizabeth, essendo una delle più grandi, vivesse altrove. Quando sono iniziate le vacanze però, Elizabeth era sicura che la mamma andasse a prenderla e così per tutto il giorno è rimasta ad aspettare in giardino con lo sguardo fisso verso il cancello ma alla fine nessuno si è fatto vivo. Non sto qua a dirvi quanto ha pianto e quanto è stato difficile consolare il forte senso di abbandono che ha provato in quel momento. Poi c'è Victor che ha perso la mamma quand'era piccolo e il papà solo due mesi fa. Ha un nonno e degli zii a Kisumu ma sono sempre ubriachi e totalmente incapaci di prendersi cura di lui. Ha anche una zia, Helen, di poco più grande di lui ma che vive anche lei al Talitha Kum proprio per le stesse ragioni. Infine ci sono i due più piccoli della casa, Keru e Njuguna, che non hanno invece proprio nessuno. Durante gli scontri tribali dopo le elezioni presidenziali del 2007, Keru con la mamma sono dovuti scappare dal posto in cui vivevano. Durante la fuga la donna, sieropositiva, si è sentita male ed è stata portata all'ospedale. Nella speranza di garantire al figlio un futuro migliore, ha pensato poi di lasciare lì il bambino e di andarsene ma è stata inseguita e picchiata: non per aver lasciato lì il bambino ovviamente ma per il semplice fatto di non aver pagato. Così per giorni madre e figlio hanno continuato a vagare sino a che non hanno trovato una casa vuota lungo la strada. Allora la donna ha pensato di chiudere Keru all' interno e di andarsene un' altra volta nella speranza che i vicini, trovando un bambini solo e così piccolo decidessero di prendersene cura. Ma dopo giorni che lo sentivano piangere l'unica cosa che fecero fu quella di chiamare la polizia. Alla fine, dopo vari spostamenti Keru è arrivato al St. Martin e da lì al Talitha Kum. Njuguna invece per giorni è rimasto vicino alla mamma morta fino a che i vicini, sentendolo piangere, non hanno deciso di chiamare la polizia. Mamma e figlio allora sono stati entrambi portati all'ospedale. Il bambino è stato messo in una stanza da solo in attesa che qualche parente si facesse vivo. Nello stesso periodo un altro bambino del Talitha Kum era ricoverato nello stesso ospedale. Ogni giorno le suore e gli altri bambini della casa passando per la stanza dove era stato chiuso Njuguna, dalla finestra lo vedevano sempre più solo, triste e malnutrito e così decisero di fare qualcosa per lui. Quando fu chiaro che nessuno sarebbe mai venuto a cercarlo, in accordo con medici e polizia, il bambino fu affidato allora al Talitha Kum. Ogni mattina vado a Boston House per il crafts workshop con gli amici di Effathà: Musa, Wachuka, Monyua e Mwihaki. Cinque sono "i bambini" in Effathà (loro 4 più Paul, che lavora però come giardiniere al St. Martin): in realtà nessuno di loro lo è dal momento che grosso modo (nessuno sa gli anni precisi) le loro età si aggirano attorno alla 20ina ma qui in Kenya non esiste nessun modulo per registrare le case che accolgono persone con disabilità e così questo risultava essere Effathà prima di venir ufficialmente riconosciuta come una delle case dell' Arche international: una casa per bambini. Quando Musa è nato e sua mamma si è accorta che il bambino era disabile l'ha immediatamente abbandonato nella discarica. Una donna che passava di là e l'ha sentito piangere, l'ha accolto in casa. Non conoscendo il nome del bambino ha deciso così di chiamarlo Musa (Mosè) perché è stato trovato e Kirokote, che in kiswahili vuol dire "trovato nella discarica". La nuova mamma di Musa però era sieropositiva e così dopo qualche anno è morta lasciandolo solo con la nonna, molto anziana e non in grado di prendersi cura di lui. Adesso Musa vive ad Effathà, è questa adesso la sua nuova casa e le altre persone che ci vivono sono la sua famiglia. Nonostante abbia delle serie disabilità sia fisiche che mentali, posso assicurarvi che per me è sempre una gioia vederlo e passare del tempo con lui. Ogni giorno mi stupisce con la sua allegria e delicatezza, è sempre attento ai bisogni di tutti, così gentile nei modi... nonostante parli solo il kiswahili e io solo l'inglese è incredibile come sia facile comunicare con lui! E poi si impegna veramente tanto al workshop, vuole davvero imparare e sta facendo dei grossi progressi ogni giorno. Wachuka invece è anche lei stata abbandonata dalla madre subito dopo la nascita ed è stata cresciuta dal padre, un poliziotto sempre ubriaco che per anni l' ha portata con sé nei bar permettendo che la figlia subisse ogni tipo di violenza. Un giorno mentre era sotto gli effetti dell'alcohol ha ucciso uno e così è finito in prigione lasciando Wachuka senza nessuno. Adesso Wachuka è uno dei membri di Effathà, non parla ma è incredibile come sappia farsi capire e rispettare. Ieri sono venuti tutti qui a casa per festeggiare il primo compleanno della piccola Sara, la figlia della coppia polacca con cui vivo, e vorrei che aveste visto come Wachuka ha ballato ininterrottamente per ore insieme a Musa, Mwihiaki, Monyua e Paul. Monyua e Mwihiaki invece sono entrambi stati trovati dai colleghi del CPPD (Programma comunitario per persone con disabilità del St. Martin) in condizioni di estrema povertà e disagio. Entrambi non parlavano ed erano totalmente chiusi in sé stessi: adesso Monyua è un po' la mascotte della casa e Mwihaki è incontenibile, non parla ma è un vulcano di energia. Per me tutti loro sono ogni giorno una scoperta. Non avevo mai lavorato prima con persone con disabilità ma devo dire che ogni giorno mi insegnano a vivere con semplicità e gratuità. Per il momento cari amici vi saluto, a presto e un abbraccio dal Kenya e da tutto il St. Martin! Alessia

Marzo

Amici,
Habari (come state)?
Ecco che sono trascorsi i primi due mesi della mia avventura africana .. mi sembra di aver lasciato l'Italia da anni ma invece .. è strano come ormai questa sia diventata la mia quotidianità .. anche se pur sempre nella confusione! A differenza di Riccardo, Alice (la mia coinquilina francese) e le due nuove ragazze olandesi che hanno iniziato pole pole (con calma), guardandosi prima intorno, uscendo con i vari programmi per conoscere meglio il lavoro del St. Martin e concentrandosi poi solo su una cosa alla volta, io ho avuto un inizio un po'rocambolesco! Essendo arrivata in un momento di passaggio, alla fine dell'esperienza triennale di Luca (laico fidei donum di Padova) e in assenza di Riccardo, sono stata catapultata prima per un po' al Public Relation Office dove mi sono trovata a dover imparare in fretta e furia tutto ciò che faceva Luca e che poi avrebbe dovuto imparare Riccardo. Sul più bello che iniziavo a capirci qualcosa arriva Riccardo (prima del previsto) e io vengo spostata al negozio del St. Martin (dove si vendono i prodotti di artigianato realizzati da alcuni beneficiari dei vari programmi) per aiutare Mary in assenza di Agnes, andata in maternità. Non che il lavoro mi entusiasmi (di certo non ho fatto tutta questa strada per venire a chiudermi in un magazzino a riordinare gli articoli, a metterci i codici e i prezzi e a controllare gli ordini!) ma cerco di imparare tutto il più in fretta possibile per potermi subito render utile. Dopo soli pochi giorni mi viene chiesto di iniziare ogni mattina un workshop con i disabili di Effathà e di ridurre la mia presenza al negozio. La cosa come già vi ho anticipato nella scorsa lettera cari amici mi ha subito interessato ma… che fatica! Per la terza volta ho dovuto cambiare posto, colleghi e imparare tutto da capo. Tra l'altro in questo caso mi trovo nella posizione nuova di dover "dirigere i lavori" e di dover impostare questo nuovo progetto .. il tutto in compagnia di un simpatico gruppo di persone con cui non ho mai lavorato prima, che parlano solo Kikuyu o Swahili e non propriamente facili da gestire (tutti loro hanno diversi tipi di disabilità sia fisiche che mentali). Dovrebbero esserci degli assistenti e dei volontari ad aiutarmi nell'impresa ma in realtà per loro questo laboratorio è solo un momento per tirare un sospiro di sollievo. Abbiamo fatto diversi meeting per cercare di raddrizzare il tiro ma non sono serviti a niente. Questo perché qui non è pensabile riprendere qualcuno direttamente … bisogna sempre cercare vie traverse per far sapere cosa si pensa e quindi vi lascio immaginare quanto tempo può passare prima che la notizia arrivi al diretto interessato. Dopo un'altra settimana mi viene chiesto di iniziare anche dei workshop di arte nei centri per ragazzini e ragazzine di strada o in situazioni di rischio. Non mi pareva vero, di cominciare finalmente a lavorare nel mio e a seguire il mio progetto iniziale. Infatti devo dire che è la cosa per cui mi sento più portata (lavorare con i bambini) e che mi sta dando le più grandi soddisfazioni. Sto cercando di iniziare un nuovo progetto all'interno del programma degli street children (bambini di strada): insegnare ai bambini ad usare le illustrazioni per comunicare le loro storie, i loro pensieri e i loro sentimenti. Tutti hanno un passato davvero difficile alle spalle fatto di violenze, abbandoni, droga, solitudine e vita di strada e proprio per questo per la maggior parte di loro è davvero difficile riuscire ad esprimere a parole, in modo diretto il loro disagio. Così mi è stato chiesto da uno dei direttori del St. Martin, in accordo con i maestri dei vari centri, se potevo aiutarli a trovare altre vie. Ci vuole tempo e pazienza per inserirsi nelle vite di questi ragazzini in modo discreto, iniziare a conoscerli, fare in modo che si possano fidare di te ma sono sicura che si possa lavorare molto bene con loro. Il problema principale però è che circa ogni settimana c'è qualcuno di nuovo che arriva e qualcun altro che se ne va e così si deve ricominciare sempre tutto dall'inizio senza avere il tempo di concludere il percorso già iniziato. Sono comunque tutti molto contenti di questa nuova attività e questa è la cosa più importante. Ogni volta che vado al D.I.C (il centro di prima accoglienza dei bambini di strada) per esempio, c'è un bambino, Godfrey, che mi mette in tasca un bigliettino con scritto: "Grazie Alessia per essere venuta a passare del tempo da noi, ritorna tutte le volte che vuoi. Ti aspettiamo!".. un semplice messaggio che ogni volta che lo ricevo mi fa venire la pelle d'oca e mi fa pensare che sono sulla strada giusta e che nonostante le difficoltà (e cari amici ce ne sono diverse) devo continuare ad andare avanti. Sto cercando anche il più possibile di coinvolgere nel workshop gli stessi insegnanti e soprattutto un gruppo di giovani volontari perché in tutto ciò che faccio cerco sempre di ricordarmi che non ha senso iniziare qualche cosa se non si coinvolgono pure le persone di qua .. fra tre anni me ne andrò e tutto questo altrimenti non sarà servito a niente. Piano piano sto imparando che la cosa più importante non è tanto arrivare ad un risultato, quanto arrivarci insieme. C'è un proverbio qui in Kenya che dice: "Se vuoi arrivare primo corri da solo, se vuoi arrivare lontano cammina insieme". Ogni giorno è una bella sfida cercare di combinare qualche cosa. Soprattutto per noi europei che siamo ossessionati dal fare e dall'ottenere nell'immediato dei risultati, arrivare dopo due mesi con la consapevolezza di non aver fatto niente e di averci capito anche meno, vi assicuro, non è facile da accettare .. a volte si ha la sensazione di non essere in grado di concludere niente, di non riuscire a raggiungere i propri obiettivi. Niente qui è lineare, niente è come te lo aspetti e imparare a gestire questo korogocho (confusione) interiore che senti crescere ogni giorno dentro di te ..beh, è davvero dura! Anche la vita comunitaria a volte non è semplice .. in particolare con gli altri wasungu (bianchi). Sicuramente per me qui, a differenza di quanto potevo immaginare prima di partire, è più difficile relazionarmi con i miei coinquilini (Riccardo, una coppia di polacchi e una ragazza francese) piuttosto che con i kenioti. Alla fine, nonostante siamo tutti bianchi e tutti europei, veniamo tutti da paesi, culture, trascorsi e stili di vita molto diversi. Non sempre riusciamo a trovare dei punti d'incontro e a volte la convivenza si fa davvero pesante. Forse il problema è che mentre nel relazionarci con gli africani già partiamo con l'idea che siamo diversi e dobbiamo essere pazienti gli uni con gli altri, rispettosi e attenti alla sensibilità altrui, tra di noi diamo per scontato tante cose, ci aspettiamo molto di più e siamo molto più intransigenti e severi nei giudizi. Per me adesso la più grande sfida è trovare il modo per superare le difficoltà in casa, di questa convivenza "forzata". Per la prima volta mi trovo a dover vivere con persone che non mi sono scelta e con cui molto probabilmente, se fosse dipeso da me, non avrei mai avuto niente a che fare. Jean Vanier, il fondatore dell'Arche (comunità dove persone "normali" e persone con disabilità convivono), dice che la cosa più difficile nella vita comunitaria è proprio questa: il fatto di essere costretti dalle circostanze ad accettare chi ci si presenta innanzi. Imparare ad accettare i limiti altrui ma soprattutto i propri che in queste situazioni ci si presentano innanzi costantemente. Sapete, è davvero facile amare questi bambini (poveri, malati, maltrattati), provare tenerezza per questi disabili (così inermi e bisognosi di cure), ma al contrario è così difficile a volte amare i propri colleghi di lavoro, i vicini di casa e i propri coinquilini con cui sentiamo di non avere niente in comune ed è ancora più difficile per non dire impossibile accettare i propri limiti e le proprie debolezze ed imparare a conviverci. Ogni giorni mi si presentano innanzi, puntuali come un orologio, vorrei non vederli ma sono sempre lì, pronti a saltar fuori soprattutto nei momenti di stanchezza o di fragilità. Ecco cari amici le mie difficoltà: non il vivere lontano da casa, dalla famiglia e dagli amici, non l'essere in un paese straniero, non l'essere ogni giorno a contatto con gente di un'altra cultura e il trovarmi costantemente faccia a faccia con situazioni molto dure ma la semplice convivenza con qualcuno con cui non sento alcun tipo di feeling e la costante sensazione di essere un "poveretta", imperfetta. Ma alla fine mi rendo pure conto che questo è l'uomo, un essere incompleto ed imperfetto e devo accettare la realtà che ahimè non sempre è come la vorrei. Ogni giorno cerco di fare del mio meglio ma spesso mi rendo conto che non è abbastanza e allora sale la tristezza. Questa mia esperienza africana ogni giorno è davvero scuola di vita per me e nonostante la stanchezza, le fatiche e le delusioni, non c'è giorno che non ringrazi per questo grande dono ricevuto. Domani è l'ultimo giorno di lavoro prima della chiusura del St. Martin per Pasqua ma in realtà non credo che avrò comunque modo di riposarmi più di tanto. Ho infatti deciso di ospitare alcuni bambini del Talitha Kum (casa per bambini orfani e sieropositivi) per un po'di giorni: la maggior parte di loro passerà le vacanze a casa di alcuni parenti, che hanno accettato di ospitarli per periodi brevi ogni tanto (in genere a Pasqua e/o a Natale), ma alcuni di loro non hanno proprio nessuno, soprattutto i più piccoli, e così ho pensato che sarebbero stati contenti di cambiare posto e di fare qualcosa di diverso anche loro per un po'di giorni. Quindi cari amici, grandi preparativi in casa per accogliere questi bimbi, che ogni giorno che passa diventano sempre più speciali per me. Ecco fatto, credo che per il momento sia abbastanza... di cose da raccontare ce ne sarebbero tante ma a volte è davvero difficile concentrare il tutto in poche pagine... abbiate pazienza! Per il momento allora vi saluto e vi abbraccio!
A presto!

Alessia